Chirurgia dell'epilessia

Condizione neurologica causata da una scarica improvvisa di impulsi elettrici anomali. La terapia chirurgica può essere d'aiuto nel rimuovere o isolare aree cerebrali responsabili delle crisi
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16 aprile 2019

CHE COS'È
L'Epilessia è una condizione neurologica caratterizzata da ricorrenti e improvvise manifestazioni critiche, di tipo motorio o sensoriale. 

QUALI SONO LE FORME DI EPILESSIA CHE POSSONO BENEFICIARE DI UN TRATTAMENTO CHIRURGICO
Circa il 30% dei pazienti con epilessia sviluppano una condizione di farmacoresistenza, che consiste nella persistenza delle crisi epilettiche a dispetto dell'impiego di almeno due farmaci specifici per il tipo di epilessia di cui il paziente soffre, ben tollerati, somministrati alla massima dose possibile e per un adeguato periodo di tempo.
In questi casi si possono avviare gli accertamenti necessari per valutare l'effettiva indicazione ad un intervento chirurgico. Si calcola che almeno il 15-20% dei pazienti con epilessia farmacoresistente potrebbe giovarsi di un intervento chirurgico curativo.

QUAL È LO SCOPO DELL'OPERAZIONE
La maggior parte degli attacchi epilettici dipendono da una scarica improvvisa di impulsi elettrici anomali che prendono origine da una zona della corteccia cerebrale - lo strato più esterno del cervello - denominata zona epilettogena. Lo scopo della terapia chirurgica è duplice: rimuovere o isolare la zona del cervello responsabile delle crisi senza provocare alterazioni delle zone di cervello implicate in importanti funzioni neurologiche. 

COME AVVIENE L'INDIVIDUAZIONE DEI PAZIENTI CHE POSSONO GIOVARSI DELLA TERAPIA CHIRURGICA
L'identificazione della zona epilettogena si basa su una serie di indagini:

- Cliniche (analisi dei sintomi in corso di crisi epilettica),
- Neurofisiologiche (valutazione delle caratteristiche del tracciato elettroencefalografico)
- Neuroradiologiche (studio della forma e delle caratteristiche metaboliche e funzionali con RM encefalo, PET cerebrale).

Ciascuna di queste fasi dello studio pre-chirurgico coinvolge specifiche figure professionali che costantemente condividono e discutono i risultati ottenuti per decidere se e in che misura la forma di epilessia di cui soffre il bambino può trarre giovamento dalla terapia chirurgica. Queste informazioni verranno spiegate e discusse con i genitori e, se appena possibile, con il bambino per arrivare ad una decisione condivisa.  

COME SI ESEGUE
Esistono almeno due tipi di trattamento chirurgico dell'epilessia:

- Un primo tipo consiste nell' asportazione della zona cerebrale da cui originano le crisi epilettiche (zona epilettogena);
- Un secondo tipo consiste nel disconnettere la zona epilettogena dal resto del cervello; si impedisce così la diffusione al cervello sano delle scariche elettriche che originano dalla zona epilettogena senza asportare tessuto cerebrale; questa procedura chirurgica può avvantaggiarsi dall'ausilio di un robot.

QUALI SONO LE PERCENTUALI DI SUCCESSO DELLA TERAPIA CHIRURGICA
Circa il 70% dei pazienti operati ottiene un risultato soddisfacente, in termini di controllo delle crisi epilettiche. L'assenza di crisi consente di ridurre ed eventualmente di sospendere a poco a poco la terapia farmacologica. Inoltre l'assenza di crisi permette un normale sviluppo neuro-cognitivo e comportamentale. Favorisce il recupero di una piena autonomia evitando al contempo gli effetti indesiderati che inevitabilmente si accompagnano alla terapia con farmaci.  

NEI CASI NON OPERABILI È COMUNQUE POSSIBILE FARE QUALCOSA
La maggior parte dei pazienti con epilessia farmacoresistente non possono essere sottoposti a interventi di chirurgia resettiva o disconnettiva, perché le crisi hanno origine da più zone del cervello oppure perché l'intervento sarebbe troppo rischioso. In questi casi sono proponibili trattamenti alternativi, detti palliativi, che hanno lo scopo di diminuire la frequenza e l'intensità delle crisi e la necessità di somministrare farmaci.
Fanno parte di questi interventi:

- l'applicazione dello stimolatore vagale, un generatore di impulsi che viene impiantato nel torace e collegato al nervo vago nel collo; la stimolazione intermittente del nervo vago previene o riduce le convulsioni; inoltre il bambino grandetto o il ragazzo possono attivare lo stimolatore con un magnete quando avvertono l'approssimarsi di una crisi e possono così prevenirla o interromperla;
- l'impianto di dispositivi di stimolazione cerebrale profonda, dispositivo simile a un pacemaker cardiaco che viene inserito nel torace o in regione addominale e che invia impulsi elettrici tramite appositi elettrocateteri ad aree del cervello individuate con estrema precisione prima dell'intervento.


a cura di: Alessandro De Benedictis
Unità Operativa di Neurochirurgia Funzionale
In collaborazione con: