Dalla Siria all'Italia, il viaggio di Aisha, bambina bolla

L'odio li ha costretti a fuggire, l'amore li ha salvati. La storia di Mahmoud e delle sue figlie, che a Roma hanno trovato una nuova speranza
Stampa Pagina

Mahmoud ha gli occhi vivi e profondi.

Sono gli occhi di un uomo che ha visto la guerra. Che ha vissuto la prigionia e la morte di un fratello. E di un padre che ha visto morire un figlio, perché nel paese dal quale proviene non sono riusciti a curare la sua malattia. Mahmoud viene da una terra di bombe e di fuoco. Dove la polvere e le macerie stanno sotterrando la vita residua che ancora vi abita. Viene da un paese che urla di dolore. La Siria.

 

Mahmoud decide allora di fuggire. Di lasciare la sua terra di fascino e tesori antichi. Di partire con la moglie e con i figli verso il Libano, per ricominciare. Anche se lasciare la propria terra a quella distruzione è uno strappo che non si può ricucire. Questa terra di sole e di cedri rappresenta per Mahmoud e per la sua famiglia un'opportunità di rinascita. Ma un grave lutto segna questo nuovo cammino intrapreso. Il loro figlio maschio, malato di SCID - immunodeficienza combinata grave - perde la vita. Nell'Ospedale della capitale libanese, la procedura di trapianto di midollo, che sarebbe servita a salvarla, viene effettuata solo se per il ricevente è disponibile un donatore compatibile al 100%. Ma nessuno di loro, e nessun altro, si è rivelato idoneo a donare. 
In questa terra di mare e di contrasti Mahmoud cade, e si rialza. Riparte dalle cose che gli restano. Dalla sua casa, dal suo lavoro. E dagli affetti. Sua moglie, le sue due figlie. In questo paese di chiese e di moschee nasce Aisha. Quando la più piccola della famiglia viene al mondo, presenta da subito dei problemi di salute.

La piccola nasce affetta da quella stessa malattia che suo fratello non è riuscito a sconfiggere. Una malattia che rende il suo sistema immunitario così compromesso che l'organismo è incapace di difendersi da qualsiasi agente infettivo. Per questo i bambini che ne sono affetti vengono chiamati bambini bolla. Perché, per sopravvivere, sono costretti a chiudersi in un ambiente sterile e isolato. Una bolla, appunto. Ma Mahmoud ha gli occhi di chi non si arrende. Anche se nell'Ospedale della capitale libanese non trovano un donatore che presenti la totale compatibilità con Aisha.

Da qualche mese Mahmoud vive a Roma con la sua famiglia. Quando Aisha è arrivata al Bambino Gesù, presentava un'infezione severa da adenovirus. Il trasporto d'urgenza in rianimazione, poi il MITA, dove, a maggio, viene sottoposta a una procedura di trapianto. La mamma le ha donato il suo midollo.

Ora vivono tutti a Santa Marinella, sul mare, in una casa che il servizio di accoglienza dell'ospedale ha ritenuto indicata per ospitarli. Nella terra dell'arte e del cibo, Mahmoud ha trovato un po' di pace. Le altre due figlie vanno a scuola, si stanno ambientando. A sei mesi dal trapianto, Aisha inizierà il suo percorso di guarigione e di ripresa, e potrà riprendere una vita normale.Tornare, o cominciare ad essere, una bambina di un anno e mezzo. Adesso Mahmoud è sereno.