Beta talassemia, grazie alla terapia genica addio alle trasfusioni di sangue

Dagli studi clinici, a cui partecipa anche il Bambino Gesù, stanno emergendo risultati importanti. Il trattamento sfrutta un vettore lentivirale per correggere il difetto genetico all'origine della malattia
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Una nuova cura per la beta talassemia grazie alla terapia genica. Sul trattamento, i cui risultati sono stati presentati nelle settimane scorse a Stoccolma, durante il 23esimo Congresso dell'Associazione europea di ematologia-EHA, sono in corso diversi studi. La sperimentazione sull'uomo, incentrata sulla metodica sviluppata dalla società farmaceutica americana Bluebird Bio, viene portata avanti da diversi centri sia in America, sia in Europa, tra i quali il Bambino Gesù. Proprio il professor Franco Locatelli, responsabile del dipartimento di Oncoematologia dell'ospedale pediatrico romano, ha illustrato al congresso di ematologia i dati sullo studio Northstar-2, di cui è lead investigator.

Questo innovativo trattamento si basa su un farmaco biologico, chiamato LentiGlobin, che sfrutta un vettore che trasporta una copia sana del gene della beta-globina, una delle catene che compongono l'emoglobina, la cui produzione risulta altamente ridotta o, addirittura, assente in chi soffre di beta talassemia. A bordo di questo vettore virale il gene terapeutico viene traghettato all'interno delle cellule staminali ematopoietiche prelevate dal paziente, le quali, una volta modificate, gli vengono reinfuse. LentiGlobin ha ottenuto lo status di farmaco orfano dalla FDA e dall'EMA sia per la beta-talassemia che per l'anemia falciforme. Entro fine anno, Bluebird Bio sottoporrà il dossier alle autorità regolatorie UE per chiedere l'autorizzazione all'immissione in commercio

Il virus scelto per veicolare la versione corretta del gene della beta-globina è un lentivirus, inattivato, cioè privato del suo potere dannoso per l'uomo. Il virus ingegnerizzato, però, mantiene la sua capacità di trasduzione, cioè di trasferire materiale genetico nelle cellule dell'uomo, ed è proprio questa proprietà che gli permette di portare la copia sana del gene della beta-globina nelle staminali cellule ematopoietiche del paziente correggendo di fatto il difetto genetico all'origine della malattia.

La beta talassemia è la malattia ereditaria del globulo rosso più frequente al mondo. Circa 300 mila persone soffrono della forma trasfusione-dipendente (TDT), di cui 6-7 mila soltanto in Italia dove la patologia si concentra soprattutto in Sardegna e in Sicilia, nelle regioni del Sud del Paese e nel Polesine. Come trattamento radicalmente curativo, finora, per i beta talassemici era disponibile solo il trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche, e per chi non poteva sottoporsi a questo trattamento, l'alternativa erano le trasfusioni di sangue, ogni 3 settimane, per tutta la vita.

I VANTAGGI PER I PAZIENTI

Per chi è affetto dalle forme più gravi di beta talassemia, in particolare la TDT, questo nuovo approccio terapeutico può significare dire addio alle trasfusioni di sangue e alle terapie quotidiane con farmaci in grado di rimuovere il sovraccarico di ferro legato alle trasfusioni. I dati illustrati al meeting scandinavo riguardano gli studi di fase clinica I/II Northstar (HGB-204) e di fase clinica III Northstar-2 (HGB-207) sulla terapia genica LentiGlobin. Per quanto riguarda questo secondo studio, nel corso del suo intervento al meeting scandivano, il professor Locatelli ha spiegato che dei pazienti trattati e con almeno 6 mesi di osservazione, 7 su 8 non hanno più avuto bisogno di trasfusioni, raggiungendo livelli di emoglobina compresi fra gli 11 e i 13 grammi/dL. Una potenziale rivoluzione che cambia la prospettiva di sopravvivenza di questi malati.

I LIMITI DEL TRAPIANTO

Negli ultimi anni i progressi nelle terapie convenzionali hanno migliorato la prospettiva di sopravvivenza dei pazienti talassemici. Il trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche  porta con sé limitazioni e rischi. In primo luogo, la limitata disponibilità di un donatore: un donatore familiare compatibile è identificabile in meno del 25% dei pazienti, mentre un donatore compatibile può essere identificato al di fuori dell'ambito familiare al massimo in un ulteriore 30% di pazienti.  Inoltre, il trapianto allogenico ha minori probabilità di successo nei pazienti adulti, rispetto a quanto osservato nei pazienti pediatrici (dove la percentuale di successo raggiunge il 90%), in ragione del maggiore rischio di complicanze severe che possono determinare la morte. Visto l'allungamento della vita media dei pazienti beta-talassemici, esiste, quindi, un'ampia popolazione giovane-adulta che non più accedere all'opportunità del trapianto o per i quali il trapianto non costituisce il trattamento migliore.

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