Cara mamma, caro papà, dalle separazioni la mia rinascita

La storia di Cristina, partita dall'Ucraina per guarire. Il racconto, attraverso le sue lettere, del lungo viaggio verso la vita
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04 January 2018

Caro papà,

oggi, 11 gennaio, siamo arrivati nella casa che ci ospiterà per un po'.. Un mese? Dieci mesi? Un anno? O forse di più? Non lo so. Per ora, come dice la mamma, ci affidiamo a Dio e aspettiamo di sapere cosa avrà in serbo per noi. Vorrei dirti qualche cosa in più sulla città di Roma, ma per ora non abbiamo visto granché. Il fratellone è stato un ottimo autista, papà. Il viaggio è stato molto lungo ma gradevole. Non sono stata male. Ce la siamo cavata benissimo. Una volta arrivati in città siamo andati direttamente in Ospedale, dove mi aspettavano per effettuare già delle visite, a cui nei prossimi giorni ne seguiranno altre. Poi ci hanno accompagnati qui, in questa casa di accoglienza. Io e la mamma abbiamo una stanza tutta per noi, mi sembra confortevole, pulita, e credo che ci staremo bene. 
Mamma ha pianto, quando ha salutato Bohdan. Non era solo triste di veder partire il figlio, papà. Credo che avesse anche paura. Non so se teme che per me le cose non si mettano bene, o se è solo preoccupata di stare lontana da voi, per chissà quanto tempo. Forse anche l'idea del doppio intervento la spaventa un po'. La diagnosi è confermata, papà; per la mia insufficienza renale cronica terminale non resta che una possibilità: il trapianto. Ma qui sento che siamo al sicuro papà. E' il posto giusto, me lo sento. Resta solo da sapere se Dio vorrà che la mamma possa donarmi il suo rene. 
Tu, papà? Tu hai paura?
Ti prometto che alla mamma ci penserò io. Cercherò di stare bene, così da non farle sentire la nostalgia di casa, e di voi.
Mi manchi già, papà.
Cristina.

Caro Bohdan,

fratellone mio, come stai?
Oggi è l'11 febbraio, un mese esatto dal nostro arrivo qui, dalla tua partenza. La lontananza da casa pesa un po', ma quando sentiamo più forte la nostalgia, io e mamma proviamo a stringerci forte. A volte funziona, a volte no.
Ci hanno spostate in una casa di accoglienza vicino all'ospedale. E' come una grande famiglia, all'interno della quale ciascuno ha la possibilità di avere degli spazi intimi e riservati, ma dove non mancano aree comuni che aiutano la condivisione e la partecipazione alle situazioni degli altri.
La mamma ed io prepariamo i nostri pranzi e le nostre cene nella grande cucina piena degli odori del mondo. Ciascuno di noi ha portato con sé il paese dal quale proviene, le spezie, gli aromi, i profumi che ricordano casa. Ognuno prepara per sé i cibi che più riescono a restituirgli quella dimensione di famiglia che ha lasciato in chissà quale parte del mondo. Ci sono piatti che raccontano a ciascuno la propria storia, e io e la mamma siamo felici di annusarli, e guardarli, e assaggiarli. Ci sembra quasi di partire verso quelle terre. Ci sono famiglie irachene, africane, romene. Ci sono lingue, dialetti, colore degli occhi, e della pelle di ogni parte del mondo. Tutti, in comune, abbiamo una cosa, Bohdan. La speranza.
E per comprendere quel linguaggio, quello della fiducia nella vita, non serve parlare la stessa lingua. Siamo tutti figli della stessa mamma. E questa consapevolezza rende questo viaggio molto meno duro da sopportare. Perché ci fa sentire meno soli.

Ti abbraccio forte.
E ti prego di restituire questo abbraccio anche a papà. Abbi cura di lui.
Cristina.

Caro papà,

sto per darti una notizia che credo possa renderti felice. Tra qualche ora la mamma si rimetterà in viaggio per tornare da voi. Dice che si sentirà spezzata in due, papà, e so che sarà così. Un figlio non può compensare l'assenza dell'altro, vero? Ci sarà sempre un pezzo di te da ciascuno dei tuoi figli, ovunque essi si trovino.
Ma credo sia giusto che torni. Purtroppo i medici del Bambino Gesù hanno riscontrato la sua non idoneità a donarmi il rene. Per me la questione si complica, in termini di attesa, ma penso di farcela da sola. Ho quasi 18 anni, papà, sono una piccola donna, ormai. Ti prometto che non mi lascerò sopraffare dalla nostalgia. Ho tanti amici qui, non solo nella casa di accoglienza, ma anche in ospedale. I medici della nefrologia, gli infermieri, così come i miei amici dializzati e le loro famiglie, mi fanno sentire accolta e amata. Stare insieme tutte queste ore, papà, due, tre volte alla settimana, e condividere un percorso così simile, ci permette di stringere relazioni così profonde, intime, e autentiche, che io penso di essere fortunata per questo. Ciascuno gioisce per i piccoli progressi dell'altro, e la sofferenza che leggo nei loro occhi, di fronte alle piccole sconfitte di qualcuno di noi, restituisce un senso vero alla parola "compassione", papà. Imparo ogni giorno, qui, sopra questo lettino, osservando gli altri letti, il senso autentico della parola amore, papà.

Ed è con la stessa sincerità che ti confesso di essere molto felice del ritorno a casa della mamma.
Ho capito che ogni separazione porta con sé la possibilità di una rinascita. Fa' che la nostalgia non le porti troppo dolore, e fai di tutto per rendere dolce la sua attesa.
Ti voglio bene.
Cristina.

Cara Tetyana,

ti scrivo e sorrido. Allo stesso tempo, piango. Mi ritornano in mente tanti periodi della nostra vita, belli e brutti, che abbiamo vissuto insieme. Come stai, sorella mia? 
Mi mancate tanto, tu e le mie nipotine. Velocemente ripercorro le nostre lunghe chiacchierate, i preparativi per le feste, i nostri scambi che mi hanno sempre lasciato dentro un grande senso di benessere e ricchezza. 
Sei il mio esempio, Tetyana. E ti porto con me in ogni cosa che vivo e che faccio dentro questo Ospedale, in questa città così lontana, dove incontro persone che ho imparato a riconoscere come amiche.
Non smettere di mandarmi le vostre foto. Sono il mio barlume nei momenti bui che vivo.
Grazie per esserci sempre.
Vi abbraccio forte, e vi bacio, tutti.
Cristina.

Cara mamma,

è passato qualche mese da quando sei arrivata qui a Roma, a trovarmi, in occasione del mio diciottesimo compleanno. Sembra che la via per raggiungere la felicità, sia cosparsa di grandi e piccoli distacchi che rendono la conquista della salute ancora più faticosa. Ma dietro ogni distacco – ora l'ho imparato – si nasconde una crescita che ci rende ancora più forti.
Dopo avermi accolta come una figlia, protetta in un nido caldo fatto di amore, professionalità, impegno e sacrificio, l'ospedale bambino gesù mi farà spiccare il volo altrove. Oggi è il mio ultimo giorno di dialisi qui. Da domani sarò presa in carico da un altro ospedale. Sono stata inserita nella lista di attesa per il trapianto di rene degli adulti. Sono pronta, mamma, ad abbandonare questa casa per trasferirmi nell'altra. L'ospedale continuerà ad ospitarmi in una delle case di accoglienza per i pazienti e per le famiglie, ma mi ha affidato alle altrettanto sapienti mani di una struttura che si occupa di adulti.
La valigia che abbiamo preparato insieme, quasi due anni fa, oggi pesa molto di più. Porto con me la vita che mi hanno restituito nel reparto di nefrologia. La capacità che hanno avuto di aiutarmi a crescere, nonostante la malattia, nonostante la lontananza da voi, dalla mia casa. Porto con me i visi e le voci dei miei compagni di avventura, e di ogni medico incontrato in questa meravigliosa comunità, che è molto di più di un insieme di persone con una professionalità. Sono persone che lottano per la nostra vita, che hanno a cuore ciascuno di noi.
Oggi, con le lacrime agli occhi, ognuno mi ha rivolto il proprio personale saluto. Chiudo questa valigia con la certezza che non dimenticherò mai nessuno di loro. Perché se oggi ho la forza di andare, con il sorriso, è perché ogni volta che sono caduta ho trovato una mano pronta a sollevarmi.
Cara mamma, caro papà, mi mancate.
Ma sono fiera di quello che ho fatto fino ad oggi e ho fiducia nel futuro.
Grazie per aver avuto coraggio. Grazie per aver pregato per me, ogni istante.
Vi voglio bene.
Cristina.