Differenze di genere nella fibrosi cistica

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a cura della Dott.ssa Vincenzina Lucidi

 

Struttura Complessa di Fibrosi Cistica
Dipartimento di Medicina Pediatrica

Esistono differenze di genere in caso di fibrosi cistica?

La fibrosi cistica (FC) è una malattia genetica a prognosi infausta che ha mostrato negli ultimi 3 decenni un significativo miglioramento nella sopravvivenza pur in assenza di una terapia farmacologica risolutiva. Ciò è stato favorito da una maggiore conoscenza dei meccanismi  fisiopatologici  che sono alla base del danno evolutivo degli organi e dalla conseguente applicazione di nuove strategie terapeutiche che  associate  alla possibilità di diagnosi più  precoci hanno permesso lo sviluppo di terapie preventive.
Già negli anni 90, studi epidemiologici sulla progressione del danno polmonare  e sulla mortalità in FC indicavano un andamento più sfavorevole nelle femmine rispetto ai maschi. La causa della maggiore mortalità delle femmine rispetto ai maschi dimostrata su oltre 21.000 pazienti  presenti nel Registro della Cystic Fibrosis Foundation nord americana non risultava correlata alla nutrizione (è noto che le ragazze hanno maggiore attenzione per la magrezza), al tipo di infezione polmonare, o a differenti modalità di diagnosi ma solo alla minore funzionalità polmonare nelle ragazze con  un andamento annuale tendenzialmente peggiore rispetto ai maschi, almeno  fino ai 20 anni. 

Il diabete è stato sicuramente una delle più importanti malattie in cui nel passato si conosceva la minore sopravvivenza delle femmine rispetto ai maschi, ugualmente questa differenza si evidenziava tra maschi e femmine con FC e diabete. Numerosi altri studi su casistiche più piccole sia canadesi che europee avevano progressivamente arricchito di evidenze la differenza nella sopravvivenza tra sessi sottolineando il maggiore rischio nella evoluzione della malattia FC del genere femminile. 
La ricerca delle cause possibili di questa particolare suscettibilità del genere femminile aveva individuato nel differente assetto ormonale tra maschi e femmine una possibile  spiegazione. Per esempio è stato dimostrato che il principale estrogeno, il 17Beta-estradiolo, riduce la secrezione di cloruri dalle cellule epiteliali (fenomeno maggiormente presente durante la fase  mestruale) determinando una minore capacità di rimuovere le secrezioni bronchiali  con  conseguente aumentato del rischio di infezione polmonare.

Ulteriori e differenti studi scientifici hanno cercato di individuare altri possibili fattori di rischio per il sesso femminile  analizzando il comportamento di alcune complicanze ritenute responsabili di maggiore morbilità e mortalità dei pazienti con FC come l'età della prima colonizzazione da pseudomonas aeruginosa, l'età di diagnosi, l'attività fisica svolta, la qualità di vita e la compliance terapeutica. Utilizzando i dati raccolti su tutti i paz FC riportati  nel Registro  FC Nord Americano, importanti studiosi hanno potuto dimostrare una più precoce colonizzazione di pseudomonas aeruginosa nelle bambine FC, un significativo ritardo di diagnosi  ed una minore attività fisica nelle adolescenti femmine rispetto ai maschi. I dati del Wisconsin basati su uno studio randomizzato per valutare l'importanza dello screening neonatale hanno rilevato che i sintomi respiratori insorgono mediamente in età sovrapponibili nei maschi e nelle femmine con FC, a conferma che il ritardo di diagnosi nelle femmine non poteva essere spiegato da una minore gravità della sintomatologia respiratoria, tipica di questi pazienti. Gli autori ipotizzarono, nelle conclusioni dello studio, una differente attenzione parentale ai sintomi respiratori delle bambine favorita dall'atteggiamento della cultura americana in cui i genitori pretendono una maggiore attività fisica nei maschi, il che rileverebbe prima la malattia respiratoria.

Probabilmente, affianco alle possibili differenze biologiche tra i sessi, potrebbe esistere anche una differente motivazione sociale come, per esempio, il senso della vita, la percezione della morte, della carriera e l'immagine del corpo. Si tratta di ipotesi interessanti che potrebbero nel corso della pubertà-adolescenza influenzare una differente accettazione delle terapie farmacologiche e fisioterapiche nei maschi rispetto alle femmine ma ciò non spiega perché il "gap" nella sopravvivenza si riduce dopo i 20 anni.
Interessante è comunque l'evidenza di una riduzione progressiva  della differenza nella sopravvivenza tra maschi e femmine in quasi tutte le rivalutazioni epidemiologiche effettuate negli anni 2000. Gli esempi più significativi del così detto "effetto periodo" derivano dallo stesso Registro Nord Americano, in cui si è passati da una mediana di sopravvivenza di 26.6 anni nei maschi e di 19.7 anni nelle femmine negli anni 19970-74  a 36.7 anni  per i maschi e di 28 nelle femmine (anni 85-89), fino all'ultima rivalutazione epidemiologica del 2003 in cui l'età mediana ha superato  i 40 anni mantenendo ancora però la stessa differenza tra sessi.

Per fortuna esistono esperienze recenti di grande importanza scientifica e culturale che  dimostrano risultati contrari. In particolare, i risultati epidemiologici del Centro di FC del Royal Brompton di Londra (uno dei più importanti al mondo, in grado di ottimizzare il trattamento dei pazienti) di uno studio retrospettivo pubblicato nel 2005, dimostrano l'assenza di differenze statisticamente significative di funzione respiratoria tra maschi e femmine. La conclusione degli autori è che il miglioramento delle cure avvenuto negli anni 1990 abbia permesso di annullare  le differenze biologiche, presunte o dimostrate, tra maschi e femmine con FC. Anche in Italia, dai dati del Registro nazionale presenti fino al 2004, non si riscontrano differenze di infezione da Pseudomonas  e la sopravvivenza è sovrapponibile tra maschi e femmine almeno per l'età pediatrica (< 18 anni).

Si può concludere che, per i pazienti con FC, la differenza di genere può essere annullata perché non c'è nessuna ragione intrinseca per una maggiore compromissione delle femmine rispetto ai maschi nella funzionalità respiratoria e nella nutrizione, almeno fino alla pubertà, come dimostrato nelle casistiche più  recenti. È probabile che alcuni svantaggi sociali presenti anche in paesi industrializzati, possano avere conseguenze per le donne con malattie croniche. Pur tuttavia se riusciremo a garantire il migliore accesso alle cure in età precoci per tutti (indispensabile lo screening neonatale),  la maggiore applicazione dei nuovi e più efficaci trattamenti (qualità delle cure erogate), si potranno annullare definitivamente quei risultati prognostici  differenti tra maschi e femmine affetti dalla stessa patologia.

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