Dottore, ha il mio mondo tra le mani

Dal diario di una mamma, che aspetta suo figlio per la seconda volta
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Andrà tutto bene, dico a me stessa. Andrà tutto bene.
Sono le 11.40 del 15 maggio. Mio figlio è appena entrato in sala operatoria. Mi ripeto che tutto andrà bene. Da qualche minuto sono risalita nella sua stanza. Appoggiata al letto vuoto, dentro al reparto che ci ospita da due giorni, scrivo queste righe per lasciare che il tempo che mi separa dal suo ritorno, scorra senza lasciarmi in preda alla paura. 

Andrà tutto bene, mi ripeto.
Per la prima volta, la vita di mio figlio è affidata alle mani di qualcuno diverso da me. Come se, per qualche minuto, investissi altri del compito che svolgo con un automatismo istintivo. Quello di vivere per proteggere lui. E di garantirgli serenità e felicità. Mi sembra di aspettarlo una seconda volta, oggi. Un dottore dell'ospedale, un giorno, mi ha detto che quasi tutti genitori, quando i loro figli vengono portati in sala operatoria, dicono una cosa: "dottore, ha la mia vita tra le mani". Oggi, quello stesso dottore, ha preso mio figlio. Mi ha guardato. Lo so, ho la tua vita tra le mani, avrà pensato. No, avrei voluto dirgli. In quel metro e 15 non c'è la mia vita. Ci sono le montagne, i mari, il cielo. Gli alberi, le spiagge, i laghi. I fiori, i prati, le piante. Le stelle e i pianeti.
Non c'è la mia vita. C'è il mondo, dottore. Tutto il mondo.

Insieme a lui sono venute le infermiere del reparto. Lo hanno vestito con una tutina verde. Sembro un samurai, mi ha detto Filippo. Gli hanno dato delle gocce per tranquillizzarlo un po'. Si è sdraiato sul lettino. Ha allungato la sua mano verso di me, e me l'ha tenuta stretta, lungo il percorso verso la sala operatoria. Le infermiere gli hanno sorriso, e io mi sono sforzata di guardarlo con gli occhi sereni, per trasmettergli la mia tranquillità, come mi hanno suggerito i medici e le infermiere. 

Andrà tutto bene, gli ripetevo. Stai tranquillo.
Mio figlio per calmarsi mi tocca i capelli. E' incredibile il potere che abbiamo noi mamme sui nostri figli, quando sono così piccoli. Nei momenti di disperazione, di tristezza, di stanchezza, quando intorno non ha altri appigli a cui aggrapparsi, Filippo ha bisogno di toccarmi i capelli. Quel gesto, all'apparenza così inconsistente, è per lui carico di significati. Un rituale fatto di un linguaggio non verbale comprensibile solo a noi. Allunga una mano, verso di me. E' il suo modo per chiedermi aiuto. Per dirmi che ha bisogno di me. 

Andrà tutto bene, signora. L'intervento va fatto. Non possiamo più aspettare. Poi starà meglio, mi ha detto il dottore. Vedrà.
I giorni scorsi ho spiegato a Filippo che saremmo stati qualche giorno in ospedale per toglierci una cosa dalla gola. In sala operatoria, dove l'avrei accompagnato io, gli avrebbero messo una mascherina per farlo addormentare. Poi, una volta svegliato, avrebbe sentito dei fastidi. La sua voce avrebbe avuto un suono diverso, ma presto sarebbe stato meglio. Sembrava sereno. La mia spiegazione l'ha aiutato a capire cosa stava succedendo. Il resto l'ha fatto il personale dell'ospedale. 

Andrà tutto bene, Filippo. Tra qualche minuto tutto sarà finito, gli hanno detto.
Arrivati in sala operatoria i medici e le infermiere lo hanno fatto distendere. Lo hanno preparato per la missione salvagola. Così gli dicevamo, tutti insieme. Mentre lo preparavano all'intervento, caricavano ogni loro gesto di un significato comprensibile, per un bambino. Che lo facesse sentire parte di un bel gioco. Per consentirgli di addormentarsi con pensieri belli. Così, nel mondo che gli abbiamo raccontato, ogni elettrode era un cip per la superpotenza. La mascherina, con il gas anestetico, serviva per fare sogni belli. Così Filippo si è addormentato. Con la mano tra i miei capelli. La speranza di vivere un sogno. E tornare presto da mamma e papà.
Quando ha iniziato a perdere coscienza, l'anestesista mi ha fatto uscire dalla sala. Sono tornata su, con l'immagine di quel corpo steso sul lettino. Sicura che sia in buone mani. Sicura che andrà tutto bene.
Guardo l'orologio. Sono le 12.10 del 15 maggio. Tra qualche decina di minuti vedrò la porta gialla di questa stanza aprirsi. Mio figlio sarà disteso sul lettino. Dormirà. Potrebbe essere un po' nervoso, mi ha detto l'infermiera. E' l'effetto del gas dell'anestesia. Lei non si preoccupi, e gli stia vicino. Cerchi di calmarlo. 

E' andato tutto bene, mi sta dicendo il dottore, insieme alle infermiere, che sistemano Filippo sul lettino.
Lui dorme sereno. Lo guardo dormire, aspettando che si svegli, con la stessa impazienza con cui lo faccio da 5 anni. Tra un po' cercherà i miei capelli. E io sarò accanto a lui, per calmarlo, se ce ne fosse bisogno. In questo letto con la spalliera blu, dentro una stanza profumata con i personaggi dei cartoni animati appesi alle pareti, ci sono le montagne, i mari, il cielo. Gli alberi, le spiagge, i laghi. I fiori, i prati, le piante. Le stelle e i pianeti. 

Non c'è la mia vita. C'è il mondo, in questo metro e 15 che dorme. Tutto il mondo.