Orfani della Beall's list. E ora?

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27 February 2017

A distanza di due anni dalla pubblicazione dell'articolo sulla Beall's list, questo strumento, allora considerato un utilissimo supporto nell'individuare editori fraudolenti, non è più disponibile. Il sig. Beall, bibliotecario della University of Colorado che per 5 anni ha setacciato il mondo delle pubblicazioni scientifiche alla ricerca di malpractice di vario tipo, è improvvisamente scomparso nel nulla ed anche il suo sito scholarly.oa, che conteneva il famoso elenco di editori da evitare, non è più consultabile. 

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In realtà già da qualche mese la lista nera, che nel corso di pochi anni era diventata lunghissima (più di mille editori), non era più considerata così attendibile dagli addetti ai lavori. Pare infatti che il bibliotecario avesse una certa avversione all'open access tout court, e in definitiva, se il suo faticoso lavoro è stato senz'altro di grande aiuto nell'individuare riviste dal comportamento sospetto (noi stesse in biblioteca ce ne siamo avvalse più volte), bisogna ammettere che ha anche contribuito ad alimentare il falso mito per cui open access significa mancanza di qualità e di etica. Sempre più spesso infatti nell'ultimo periodo il mondo open access ha rivolto delle critiche verso Beall per l'assenza di imparzialità con cui veniva redatta e via via aggiornata la lista di predatory journals.

Del resto, se si osserva il mondo della ricerca non per come funziona ma dal punto di vista dei suoi obiettivi, il movimento open access incarna senz'altro meglio dei business-oriented publishers (come Elsevier e tanti altri) lo spirito che dovrebbe animare la circolazione delle informazioni scientifiche. Si ispira al principio secondo cui non ci dovrebbero essere barriere alla diffusione della conoscenza: la scienza è un bene comune e la sua natura è collaborativa e non competitiva. Offrendo una modalità diversa di pubblicazione in cui l'accesso agli articoli non è più subordinato agli abbonamenti dei singoli o degli enti (biblioteche, IRCCS, università) ma è libero per tutti i potenziali lettori, le pubblicazioni OA superano le barriere economiche imposte dalle riviste tradizionali, dove appunto sono i lettori a pagare, dove cioè avanzare nella conoscenza ha un costo. Per sostenersi economicamente però alcune riviste OA (non tutte, bisogna dirlo) chiedono agli autori degli articoli pubblicati la cosiddetta Article Processing Charge (APC): ed è qui che è nata l'erronea identificazione delle riviste OA con i predatory publishers, dal momento che spesso gli editori fraudolenti, mascherandosi da riviste ad accesso aperto, chiedono APC per articoli che nel peggiore dei casi non vedranno mai la luce o che nel migliore non riceveranno una adeguata revisione.

Per questo, con o senza la Beall's list bisogna saper distinguere gli editori seri, che siano open access o tradizionali non importa, da quelli poco o per niente trasparenti. Come fare? Ad esempio si può consultare il sito http://thinkchecksubmit.org, che fornisce una checklist di domande utili per fare in autonomia una valutazione della rivista a cui si vuole inviare il proprio manoscritto. Un'altra risorsa utile è il Directory of Open Access Journals, www.doaj.org, che indicizza le riviste open access che hanno un valido sistema di peer review e più in generale di controllo di qualità degli articoli. Ed infine, per chi lavora presso un ente di ricerca come il nostro, rivolgersi alla propria biblioteca, per risolvere dubbi ed avere chiarimenti e suggerimenti su come procedere.