Perché leggere ci cambia la vita

L'intervista esclusiva di ‘A scuola di salute' a Maryanne Wolf, neuropsichiatra statunitense e studiosa della lettura: un percorso nel modo in cui la lettura cambia e ci cambia
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07 January 2019

Come cambia la lettura nel mondo ormai immerso nel digitale? È questa la principale domanda a cui prova a rispondere Maryanne Wolf, neuroscienziata statunitense, nel suo libro ‘Lettore, vieni a casa', pubblicato in Italia da Vita e Pensiero.
Nel testo, scritto sotto forma di nove lettere, Wolf mette in guardia tutti sul destino della lettura nel mondo digitale. Il nostro cervello, si legge nel libro, non è nato per leggere, ma lo ha imparato nel corso dell'evoluzione dell'essere umano. Questa abilità, che la Wolf definisce lettura profonda, non è quindi innata e potrebbe scomparire al cospetto delle rapide evoluzioni del mondo digitale.
"Uno degli aspetti essenziali della lettura – ci spiega Maryanne Wolf in un'intervista esclusiva per ‘A scuola di salute' – riguarda lo sviluppo del linguaggio orale. I bambini imparano migliaia di parole nei primi 2000 giorni della loro vita. Questa è una delle basi più importanti per l'apprendimento successivo della lettura. Alcuni genitori pensano erroneamente che i media digitali possano sostituirli e che questi dispositivi attraenti possano contribuire a sviluppare il linguaggio più di quanto possano fare loro in prima persona, specialmente se lavorano a tempo pieno".
 

Professoressa Maryanne Wolf, perché dopo il suo primo volume, un testo importante come "Proust e il calamaro", ha pensato fosse necessario prendere per mano il lettore e condurlo a casa?

Negli ultimi dieci anni ho scritto tre libri che sono come un percorso di scoperta sugli straordinari contributi della lettura alla qualità del pensiero nell'individuo e nella società. E proprio il primo, "Proust e il calamaro: storia e scienza del cervello che legge", si è concluso con un'epifania: tutto ciò che riguarda la lettura stava cambiando sotto i nostri occhi, mentre ci immergevamo sempre più nel mondo digitale.

Tra il primo e l'ultimo volume c'è stato anche un saggio scientifico, "Tales of Literacy for the 21st Century: The Literary Agenda".

Sì, è un testo più accademico, che ha iniziato a documentare la ricerca sui cambiamenti che stavamo vivendo da quando trascorriamo da 6 a 12 ore al giorno davanti a vari tipi di schermo.

E l'ultimo testo? Il nuovo libro, "Lettore, vieni a casa. Il cervello che legge in un mondo digitale", affronta l'impatto profondo delle tecnologie digitali sulla formazione del cervello che legge, le mie preoccupazioni e le mie speranze.

Che tipo di impatto?

Siamo ben oltre un momento di transizione tra una cultura letteraria e digitale: non si può tornare indietro. Il mondo digitale e i mezzi di comunicazione hanno effetti cruciali sulla nostra cultura, che richiede sempre più un'alfabetizzazione digitale per tutti. Alcuni di questi effetti sono visibili e spingono esponenzialmente in avanti le nostre conoscenze. Altri sono invisibili e minacciano di creare un cortocircuito nei più importanti processi cognitivi ed empatici che si verificano oggi nel cervello che legge.

Sembra ci sia ancora molto da capire.

Il lavoro, complesso ed essenziale, della scienza della lettura nel prossimo futuro, riguarderà la comprensione dei vantaggi e degli svantaggi dei diversi mezzi (ad esempio stampa e schermo) per diversi tipi di testo, e l'identificazione del mezzo migliore a seconda dei diversi scopi di lettura e dei diversi tipi di lettori.

Esiste un messaggio preciso che vuole mandare al lettore?

In questo momento cruciale della nostra storia a ognuno di noi – come individui e come custodi della prossima generazione – è richiesta un'attenta vigilanza, se vogliamo preservare i sofisticati, dispendiosi e immersivi processi di "lettura profonda" nel cervello del lettore di oggi. Il mio obiettivo è aiutare i lettori a capire come funziona questo processo, come tutto questo sta cambiando e perché conta. Si tratta di un tema profondamente importante, perché la democrazia richiede processi analitici, empatici e di lettura profonda, che sono attualmente in pericolo.

E al lettore sono richiesti dei compiti?

Per raggiungere questo obiettivo, il lettore deve avere una conoscenza molto più profonda del diverso impatto che la stampa e i mezzi digitali hanno sulla conoscenza e sullo sviluppo socio-emotivo.
Questa conoscenza deve poi essere utilizzata per aiutare il sistema a correggere i propri punti deboli. La questione non riguarda il mezzo in sé, ma i processi di pensiero più profondi che il mezzo sta cortocircuitando. Nelle neuroscienze c'è un tema comune in fase di studio: "Usalo o perdilo". Aggiungo: "scegli".

Dobbiamo sapere come scegliere – sia per noi stessi che per i nostri figli – quali processi vogliamo preservare, ampliare e aggiungere.

Quando scriveva "Lettore, vieni a casa", a quale tipo di lettore pensava?

Ho scritto questo libro come una serie di lettere, perché speravo di poter creare un dialogo tra persone diverse, da prospettive differenti, anche con chi non sarebbe stato d'accordo con me. La lettera dà all'autore e al lettore l'opportunità di un dialogo che può alimentarsi a vicenda. Alla fine della prima lettera, cito Tommaso D'Aquino: "Il ferro affila il ferro". Così sarà, spero, per i lettori delle mie lettere.

Infine, spero che molti genitori e insegnanti trovino queste lettere di particolare utilità per le loro riflessioni su come si formerà la nostra prossima generazione di lettori.

Lei dedica molto spazio ai bambini, tanto spazio e numerose raccomandazioni all'impegno condiviso dei genitori con i figli nella lettura. Quanto è complicato e difficile da gestire oggi un simile impegno per un genitore, ad esempio per chi deve occuparsi da solo dei propri figli?

Ogni epoca ha il suo insieme di responsabilità nella crescita dei prossimi membri della specie. Tuttavia, il contesto in rapida evoluzione del XXI secolo offre molti meno punti di riferimento rispetto al passato anche recente. Non sappiamo letteralmente quale sarà il tipo di professioni e di lavori che i nostri figli saranno chiamati a fare tra qualche anno. Questo è radicalmente diverso da quanto accadeva anche solo trent'anni fa. E rende il nostro ruolo di punti di riferimento della prossima generazione più eccitante ma anche più complesso che mai.

Il suo libro è come se si avvicinasse, pagina dopo pagina, sempre di più a un elemento che sembra essenziale: il tempo da dedicare alla lettura.

Abbiamo perduto per sempre quel tempo?

Tolkien scrisse che il suo lavoro aveva l'obiettivo di "riaccendere i cuori in un mondo che è diventato freddo". Credo che una parte del mio lavoro abbia proprio questa finalità: riaccendere sia il cuore sia la mente del lettore. "Casa" è la mia metafora per quel luogo e quella qualità del tempo in cui possiamo ritrovarci. David Ulin ha detto che leggere è un "atto di resistenza" in un paesaggio distratto. Resistiamo e torniamo a farlo.

Lei scrive molto della cosiddetta "lettura profonda", quali sono le implicazioni più importanti di questo modo di leggere continuo, vitale, concentrato?

Uno degli aspetti più importanti della "lettura profonda" è l'incorporazione e l'elaborazione di tutti i processi che riguardano la comprensione degli altri, l'empatia e la compassione per gli esseri umani. I libri ci permettono di entrare nelle vite, nei pensieri e nei sentimenti degli "altri", in un lasso di tempo in cui siamo trasportati fuori da noi stessi. Poco altro ci prepara meglio ad andare oltre i limiti delle nostre vite. Poco altro ci aiuta meglio a scegliere di condurre una vita che è dedicata non solo ai nostri obiettivi, ma agli obiettivi della società e del mondo.

L'analisi critica e l'empatia che si sviluppano nella lettura profonda hanno implicazioni radicali per una società democratica.

Sembra che stiamo perdendo questa consapevolezza.

Dobbiamo guardare a noi stessi. Quanti di noi hanno iniziato a sacrificare la capacità di analisi critica (e altre capacità che richiedono tempo) per essere rapidamente informati, dato l'eccesso di informazioni che consumiamo? Quanti di noi preferiscono risparmiare tempo invece di provare a comprendere altre prospettive? Quanti di noi decidono di ritirarsi dentro le fonti di informazione più semplici e familiari, simili a silos, che richiedono meno pensiero, meno consapevolezza, meno esposizione a punti di vista alternativi? Come lettori, come genitori e come cittadini, dobbiamo chiederci se collettivamente abbiamo già iniziato l'insidioso salto nel tempo, perdendo l'attenzione necessaria per analizzare la verità e le implicazioni di ciò che leggiamo, con il rischio di essere tutti più esposti a notizie false, paure false e promesse prive di significato che sappiamo essere false.

Professoressa Wolf, lei utilizza spesso l'aggettivo "morale" connesso alla capacità di leggere in maniera approfondita, come frutto di un percorso evolutivo della persona che passa attraverso la lettura. Ci può spiegare perché?

Ci sono molti fattori che contribuiscono all'atrofia dell'analisi critica e dell'empatia, ma non dobbiamo dimenticare che queste capacità sono prerequisiti di una buona società. Non abbiamo bisogno delle neuroscienze della lettura per capire i rischi intellettuali, sociali, emotivi ed etici del cortocircuito del pensiero e dell'empatia. Ma sapere che questo sta accadendo è una mia responsabilità come ricercatrice, madre e cittadina. Resistere attraverso l'enfasi del mio lavoro sul pensiero critico e l'empatia, e sì, sulla saggezza stessa.

È un lavoro che non riguarda la politica, ma la conservazione dei valori di una società buona e morale. Questo, intendo, riguardo la connessione tra la nostra lettura (come, cosa e perché leggiamo) e ciò che è morale. I libri non impediscono il declino morale, ma ci danno nuove ragioni per comprenderci a vicenda. I libri sono un prezioso sostegno per le azioni guidate da morale, etica e compassione.

Cosa possiamo fare?

In un'intervista su quello che dovrebbe fare un intellettuale in questi tempi difficili e portatori di divisioni, il filosofo ottantatreenne Charles Taylor ha risposto: "Salterò nella mischia". Così dovremmo fare anche noi tutti, a prescindere da partiti o lealtà politiche o Paesi. Dobbiamo pensare per noi stessi e dobbiamo sentire per gli altri esseri umani. Questo è il mio impegno per preservare queste virtù nella nostra società.

Per la pediatria, i primi 1000 giorni di un bambino, a partire dalla gestazione e poi per i successivi due anni, incidono in maniera rilevante sulla crescita dell'individuo.

Lei parla dei primi 2000 giorni, vuole spiegarci perché sono essenziali per diventare lettori?

La prima cosa da capire è che la lettura non è naturale. Il cervello umano crea un nuovo circuito ogni volta che sviluppiamo una nuova funzione cognitiva come l'alfabetizzazione o la matematica. Il circuito della lettura si è formato collegando le regioni del cervello dedicate a linguaggio, visione, udito, comprensione e sensazione.

Ma prima che queste regioni siano collegate tra di loro – tra i cinque e i sette anni – per formare il primo circuito, le singole regioni che ne compongono le parti devono svilupparsi. Una delle componenti più essenziali della lettura riguarda lo sviluppo del linguaggio orale. I bambini imparano migliaia di parole nei primi 2000 giorni della loro vita. Questa è una delle basi più importanti per l'apprendimento successivo della lettura.

Però esistono differenze tra bambini che vivono in ambienti diversi.

Alcuni bambini, che vivono in contesti sociali difficili, ascoltano molti meno esempi di parole e arrivano all'asilo con un vocabolario che impedisce loro di imparare a leggere. Alcuni genitori pensano erroneamente che i media digitali possano funzionare come dei loro sostituti, e che questi dispositivi attraenti possano contribuire a sviluppare il linguaggio più di quanto possano fare loro, specialmente se lavorano a tempo pieno.

Oltre alla ricerca, lei ha anche avanzato una proposta.

La mia proposta per lo sviluppo di un cervello che definirei bi-alfabetizzato (analogico e digitale) inizia affrontando alcuni dei problemi incontrati dai genitori nel mondo digitale. Insieme ai miei colleghi pediatri dell'iniziativa Reach Out and Read, provo a far capire ai genitori che i bambini da 0 a 2 anni avranno uno sviluppo linguistico migliore se non saranno bombardati da campanelli e fischietti digitali, e sentiranno invece parlare e leggere chi si prende cura di loro. Molti bambini oggi sono costantemente stimolati da vari dispositivi, che li lasciano innaturalmente "annoiati" quando non vengono intrattenuti.

È giusto vietare completamente i dispositivi?

Non voglio vietare i dispositivi digitali, mi interessa piuttosto dimostrare che i bambini sono avvantaggiati se l'introduzione di questi dispositivi nei primi 5 anni (e in particolare nei primi 2) è lenta e graduale.

I dispositivi non devono essere vietati (ciò che è proibito è sempre più attraente), né usati come ricompensa. La ricerca neuroscientifica dimostra che l'intervento migliore per lo sviluppo del linguaggio del bambino è la lettura da parte di un genitore, che è significativamente più efficace rispetto alla visione di una storia animata su un dispositivo o dell'ascolto di una versione audio. Rendere la favola della buonanotte un rito d'amore è uno dei contributi più meravigliosi che i genitori possano dare. Garantisce, infatti, che il mondo dei libri e delle storie resti collegato alle sensazioni tattili di contatto con il corpo del genitore e con la carta del libro. In questo modo, si costruiscono linguaggio e concetti, e si aiuta i bambini a imparare a focalizzare l'attenzione, invece di tenerla continuamente orientata in più direzioni.

Qual è secondo lei la chiave per promuovere la concentrazione che sembra essere il mattone essenziale per costruire un lettore che vada in profondità?

La maggioranza dei genitori vuole ciò che è meglio per i propri figli. Fornire ai genitori alcune prove scientifiche - sempre più numerose - sull'impatto della tecnologia sullo sviluppo del linguaggio è il mio modo di aiutarli ad evitare di abusare dei dispositivi e di stimolare eccessivamente l'attenzione del loro bambino nei primi anni di vita.

E gli insegnanti?

Dai cinque ai dieci anni, il ruolo dell'insegnante diventa estremamente importante.

Nella mia proposta ideale, suggerisco agli insegnanti di usare la stampa in tutte le sue forme concrete per insegnare a leggere e per aiutare a sviluppare l'attenzione e le abilità di "lettura profonda". Dopo che la lettura profonda è stata sviluppata a sufficienza, voglio che gli insegnanti insegnino esplicitamente come utilizzare i processi di "lettura profonda" sullo schermo e come capire quale sia il mezzo migliore per i diversi tipi di lettura.

Possiamo immaginare una coesistenza didattica di analogico e digitale, di carta e schermo?

La più recente ricerca condotta dalla rete E-READ in Europa e Israele dimostra che i nostri giovani adulti hanno una migliore comprensione quando leggono sulla stampa, anche se credono di capire meglio sugli schermi. Ma questo non vuol dire che i dispositivi digitali debbano essere banditi. La stampa deve essere usata per imparare a leggere, mentre i dispositivi possono essere contemporaneamente usati per imparare a programmare ed espandere tutte le loro abilità STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). Non si tratta di scegliere l'uno o l'altro sistema, quanto invece di scegliere lo strumento giusto per diversi scopi.

Il nostro obiettivo più importante è lo sviluppo delle capacità di "lettura profonda" su qualsiasi mezzo, ma forse oggi la strada migliore è quella di comprendere meglio l'uso differenziale dei diversi supporti durante lo sviluppo del bambino.


Approfondimento estrapolato dall'uscita di A scuola di salute dedicata al tema dei giochi per i bambini:

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