Raffaele, 7 anni, due trapianti di rene

La fede in Dio allevia il dolore, aumenta la speranza. Il percorso di una mamma che è riuscita a regalare a suo figlio tutte le risposte ai suoi perché​.
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"Perché mamma, perché?".

Al dolore atroce per la sofferenza di tuo figlio, si aggiunge lo strazio di non riuscire a dare risposte ai suoi perché. Di fronte alla domanda di Raffaele "Mamma, perché? Perché proprio a me? Perché mi hai messo al mondo se sapevi che avrei sofferto tanto?" ti senti mancare. Non riesco a spiegare cosa si sente. Non esistono parole. E' come se la tua pelle si strappasse. Se il cuore ti si disintegrasse dentro al petto. Cosa rispondi, a un bimbo di sette anni, che ti chiede "perché non può essere felice come tutti i suoi amici?"
Cosa gli dici, per convincerlo che prima o poi questo incubo finirà?

"Quando mamma? Quando finisce, questo incubo?".

Gli psicologi dell'ospedale hanno saputo dargli le risposte che lui cercava. Non appena Raffaele è stato abbastanza grande da capire, da poter esprimere a parole tutta la rabbia che aveva dentro, sono iniziati i colloqui con lo staff medico, che l'hanno aiutato molto. Hanno trovato la chiave per trasformare la sua rabbia e il suo dolore in forza, coraggio. L'insofferenza in ostinazione.

Raffaele è cresciuto in ospedale. Siamo stati un anno e mezzo ospiti in una delle case di accoglienza del Bambino Gesù. Io, mio marito, e Raffaele. Quella era la sua casa. La nostra casa. L'abbiamo arredata, vissuta, e l'abbiamo curata come se fosse stata la nostra.

Ha festeggiato lì il suo primo compleanno. Ha conosciuto i suoi primi amici. Abbiamo trovato un grande cuore, in quel rifugio per persone sofferenti, come noi. Nel dolore abbiamo sempre avuto la forza di rimanere uniti. Non è passato giorno senza che venisse coccolato, Raffaele, e che a noi non fosse tesa una mano. Che ci fosse offerto un supporto, una parola di conforto. Un'attività che ci distraesse dalla nostra condizione. Non è passato compleanno senza una candelina. Un natale senza che fosse accesa una luce colorata, un presepe. Eravamo tutti una sola famiglia, una sola anima.
Dopo un anno e mezzo tornare a casa è stato bello. Avevo bisogno di ritrovare gli ambienti che avevo lasciato. Un'intimità, una condizione esclusiva di famiglia. Questo mi mancava. Io e mio marito ci siamo ritrovati più forti di prima. Ma per Raffaele era tutto nuovo. Quella era la sua casa. Ancora oggi, quando passiamo davanti alla casa di accoglienza, mi dice che era bello, quando abitavamo lì.

E' passato un mese e mezzo dal secondo trapianto di rene. Raffaele sta bene. Io vedo la differenza. Guardo indietro, e sono felice di quello che abbiamo fatto. Ho messo al mondo un figlio con un problema. Ma tutto il dolore che abbiamo provato vale i sorrisi che adesso mio figlio riesce a fare. E' un bambino sereno, felice. Al bambino Gesù si ricordano di lui come di un attore nato. Conosce bene il suo corpo, la sua malattia. E' cresciuto in fretta, ma ha un carattere eccezionale. Non va a scuola, non può ancora frequentare posti affollati. Ma forse da febbraio potrà andare con tutti i suoi amici in una classe vera, fuori dalle mura domestiche.

Mi sono chiesta anche io, tante volte, "perché?". Le domande che mi poneva Raffaele erano dolorose perché io stessa, forse, non avevo ancora trovato delle risposte.
Credo in Dio, fermamente. Ho fiducia nella medicina. Ora so che Dio assegna le croci a chi è in grado di sorreggerle. A chi, nonostante tutto, ha il coraggio di guardare indietro e dire: sono fortunata.

Io guardo indietro, e sono felice di quello che abbiamo fatto. Non potevo chiedere un figlio migliore.

Maria, la mamma di Raffaele