Stare accanto a chi muore in ospedale: l'esperienza del Bambino Gesù

L'accompagnamento spirituale nel racconto del cappellano, don Luigi Zucaro
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02 November 2020

Sarebbe bello che quella del Bambino Gesù fosse sempre una storia di "successi". Bambini malati che vengono strappati dall'abbraccio mortale di malattie di cui a volte non si conosce nemmeno il nome. È ciò che accade molte, moltissime volte nell'ospedale "del Papa". Ma altre volte i medici sono costretti ad arrendersi e a condividere con genitori disperati la consapevolezza che non c'è più nulla da fare per i loro figli. È allora che parte un altro tipo di abbraccio da parte dell'ospedale, fatto di vicinanza umana, di sostegno psicologico e di accompagnamento spirituale. È importante non rimanere soli con il proprio dolore, spiega don Luigi Zucaro, parlando della sua esperienza di cappellano al Bambino Gesù: "Quando ti muore un figlio non hai solo una sofferenza che parte da dentro, ma a volte anche da fuori. Ci si sente non capiti più da nessuno, tutti diventano lontani".



Parliamo di un momento inimmaginabile nella vita di un genitore: accettare la morte di un figlio. L'ospedale Bambino Gesù, nella Carta dei diritti del bambino inguaribile, afferma il diritto all'accompagnamento psicologico e spirituale.

Le due cose vanno in parallelo. Non vanno confuse, ma non si escludono a vicenda come superficialmente qualcuno potrebbe pensare, non sono due alternative, ma due "medicine sinergiche". Nella sede del Gianicolo del Bambino Gesù siamo in tre sacerdoti – io, padre Mario Puppo e don Vistremundo Nkogo Ndong - e lavoriamo molto bene con le nostre colleghe psicologhe. Ognuno sa quali sono i suoi compiti e i suoi limiti. Potremmo dire, semplificando molto (le psicologhe mi perdoneranno!), che la psicologia aiuta a tirar fuori tutte le proprie risorse e l'assistente spirituale prova a metterti in contatto con Qualcuno di più grande. Uso il termine "assistente spirituale" perché in una società ormai multietnica e ancor più in un ospedale a vocazione internazionale, si ha a che fare con persone di tutte le religioni, portatori di valori spirituali non inquadrabili in alcuna religione o addirittura atei, ma nessun uomo è privo di una dimensione spirituale. Noi non escludiamo nessuno, perché di fronte a certe esperienze di vita, vi assicuro, si pensa tutti le stesse cose. E poi se serve, si fa appello a tutte le risorse che ci sono. Padre Puppo, che è al Bambino Gesù da più tempo di me, mi ha insegnato che il cappellano è anche uno che sa "usare la rete", non solo perché gli apostoli erano pescatori, ma perché bisogna saper "fare rete" intorno a chi si trova in una situazione di disagio, con un figlio gravemente malato, magari terminale. È una situazione difficilissima già se uno è italiano e magari anche di Roma; immaginate se non ha nessuno perché di fuori, non parla la lingua, è indigente, o è di un'altra religione. Bisogna sempre partire dai bisogni. La gente a volte va via da questo ospedale avendo perso ciò che gli era più caro, un figlio; almeno cerchiamo di farlo andar via con il buon profumo dell'amore fraterno.

Come riuscire a trovare parole adeguate in questa circostanza

Come si può parlare dell'amore di Dio a una mamma che perde un figlio? Se ci pensi umanamente è assurdo, un figlio che ti muore sembra negare l'esistenza di Dio… Io non sapevo cosa dire. Quando sono arrivato qui pensavo che nella maggioranza delle stanze mi sarebbe stato chiesto, nella migliore delle ipotesi educatamente, di andarmene. Invece la gente vuol sentir parlare di Dio. Anzi lo dico diversamente: "vuol sentir parlare Dio". E quindi bisogna lasciar parlare lui. A volte noi preti ci mettiamo un po' troppo in mezzo tra Dio e le persone a cui siamo mandati.  Io che sono uno pragmatico, un medico di formazione che crede solo a ciò che è "evidence-based", posso dire che ho avuto tante prove dell'esistenza di Dio e dell'azione dello Spirito Santo in noi, proprio in quei momenti. Una volta una persona mi disse: "Ti ho visto parlare con un papà facendo su e giù fuori della rianimazione. Immagino che sia stato difficile, ma che gli hai detto?". Gli ho risposto che non lo sapevo. Ed effettivamente non me lo ricordavo. In quei momenti è lo Spirito Santo che ti mette le parole sulla bocca. Anzi è proprio lui che parla attraverso di te, se glielo permetti.

C'è qualcosa da migliorare nell'assistenza alle famiglie in questi momenti?

Possiamo migliorare la nostra collaborazione con l'équipe medico infermieristica. Dovremmo stare attenti a metterci in contatto quando già si profila la possibilità che il paziente muoia. Questo ci permette non solo di entrare piano piano in rapporto con la famiglia, ma anche di supportarla nelle fasi terminali della vita che a volte sono più dure della morte stessa. Pure per chi ha un forte cammino di fede alle spalle, la ribellione nei confronti di Dio può essere così forte da rifiutare la vicinanza di un sacerdote. Dipende anche da noi cappellani: se i medici e gli infermieri ti vedono spesso in giro in reparto, vedono che sai stare con la gente, allora ti chiamano spesso perché riconoscono che il tuo servizio è utile e ti considerano parte del team.

Ci sono pazienti un po' più grandi che hanno consapevolezza di quanto sta accadendo? Come si risponde alle domande e alla paura di un bambino?

Certo è molto difficile accompagnare verso la morte un bambino o un adolescente. Quando sono arrivato al Bambino Gesù pensavo di sapere molte cose di teologia. Adesso mi rendo conto che uno degli articoli del Credo al quale diamo meno importanza in condizioni "normali", è invece assolutamente centrale: "credo la vita eterna". Qui parlo a titolo personale, o meglio così mi regolo io con i ragazzi: non credo che un ragazzo debba necessariamente acquisire la piena consapevolezza che sta per morire, questo lo spaventerebbe solamente. Peraltro a volte mi sono reso conto che non solo i ragazzi, ma anche i bambini, sono molto più consapevoli di ciò che gli sta capitando di quanto noi possiamo pensare. A volte fanno finta di niente solo per proteggere i loro genitori. Io non mi preoccupo di fargli sapere che stanno per morire, ma serve a me tenerlo a mente quando parlo con loro. Questo vuol dire che forse hanno bisogno di sentir parlare di Cielo, di vita eterna, perché possano sapere che quando si muore non si sparisce nel nulla, ma si va in un luogo bellissimo dove i nostri cari, la cui assenza ci preoccupa tanto, potremo re-incontrarli presto. Forse devono mettere a posto qualcosa nella loro vita: non è detto che perché uno è un ragazzo non debba aver bisogno di sanare una relazione, di chiedere perdono a qualcuno, di dire a qualcuno "ti voglio bene". La confessione, la preghiera insieme, la lettura della Parola di Dio, se proposte con tatto e delicatezza, fanno miracoli nel creare un clima di pace e serenità, perché parlano direttamente al cuore dell'uomo con un linguaggio e con simboli semplici.

Nasce dall'attenzione dei cappellani il gruppo "Tenuto per mano"? Quali caratteristiche ha?

Quando sono arrivato al "Bambino Gesù" padre Mario mi ha insegnato i rudimenti del "mestiere", poi mi ha detto: "adesso devi trovarti un modo tuo di fare il cappellano". Ma la cosa che ho visto, apprezzato e condiviso subito è stata l'attenzione al paziente morente e alla sua famiglia, prima e dopo. Quando ti muore un figlio non hai solo una sofferenza che parte da dentro, ma a volte anche da fuori. Ci si sente non capiti più da nessuno, tutti diventano lontani. Il gruppo "Tenuto per Mano" è iniziato spontaneamente, nel dicembre del 2011, insieme ai genitori di Ilaria, una bambina deceduta nel giugno precedente. Provammo a organizzare un incontro al santuario del Divino Amore e io chiamai un po' di famiglie con cui avevo vissuto questa esperienza di accompagnamento e con cui eravamo rimasti in contatto. Con mia sorpresa vedemmo arrivare famiglie da Sicilia, Campania, Puglia. Da quell'incontro è nato un itinerario spirituale. Tre o quattro volte l'anno organizziamo un ritiro spirituale di un giorno. Stiamo insieme, preghiamo, parliamo, mangiamo. Certamente piangiamo anche, ma a differenza di quello che uno potrebbe pensare - ormai ne avremo fatti una trentina -, io non mi ricordo di incontri "tristi". Se insistiamo con questa iniziativa è perché la gente va via alla sera meglio di come è arrivata. Certo, la sofferenza rimane, ma è diverso sapere che c'è un gruppo di fratelli che la vive con te, che è disposto ad ascoltarti, che ti capisce. Una volta all'anno, a fine giugno, facciamo anche un pellegrinaggio in una regione d'Italia. Visitiamo un santuario e andiamo a trovare le famiglie del gruppo che sono in quella regione. In questo modo, in quasi dieci anni abbiamo girato mezza Italia, abbiamo visto posti bellissimi, e anche mangiato molto bene! Eppure ancora una volta, alla fine di ogni ragionamento, è evidente che tutto questo non è opera nostra. La Vergine Maria vuole molto bene a queste famiglie. Abbiamo avuto segni su segni della sua premura per loro. Del resto anche lei è una mamma che ha perso un figlio giovane: è naturale che si preoccupi per questi fratelli, lei può capirli meglio di ognuno di noi.