Tre domande a Francesca Bevilacqua

Come si riprende la quotidianità dopo la malattia: la parola all'esperta, dal dipartimento di Psicologia clinica dell'Ospedale Bambino Gesù
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Quali sono gli aspetti più difficili dal punto di vista psicologico della ripresa della quotidianità?

L'esperienza di malattia e ospedalizzazione, sia che avvenga nella propria città sia fuori Regione, viene spesso intesa come difficile da condividere con chi sta a casa. Ospedale e casa vengono vissuti come due mondi distinti e separati. Il tornare a casa e alla propria quotidianità, desiderato e atteso, può essere un momento difficile di presa di consapevolezza dei cambiamenti fisici ed emotivi che l'esperienza di malattia ha determinato. I ragazzi spesso si sentono distanti dai loro coetanei e hanno difficoltà nel reinserirsi in un ritmo di vita normale. Le difficoltà maggiori si incontrano quando la frattura tra casa e ospedale è molto rigida e per questo, nel nostro lavoro, cerchiamo di favorire i contatti con il mondo sociale e scolastico dei ragazzi, mantenere aperta una comunicazione. Questo permette di sostenere i ragazzi nell'integrare l'esperienza di malattia nel loro percorso di vita, un percorso che per un periodo ha attraversato strade inaspettate e dolorose, ma che non si è fermato.

Dal punto di vista del nucleo familiare, invece, quali sono le principali difficoltà nel ritorno alla quotidianità?

Così come per i ragazzi, anche per le famiglie il ritorno alla quotidianità coincide spesso con un momento di confronto con l'impatto che l'esperienza di malattia ha avuto sulla vita del proprio nucleo famigliare: le modificazioni nella coppia, l'impatto su eventuali altri figli. Può essere difficile ritrovare un equilibrio e un'armonia nelle dinamiche interne alla famiglia e per questo consideriamo prezioso poter favorire uno spazio di condivisione e narrazione da parte di ciascun componente della famiglia dei propri vissuti rispetto all'esperienza della malattia.

Altro aspetto spesso difficile, nel riprendere un ritmo di vita normale, è rappresentato dal riuscire a fidarsi del nuovo benessere ritrovato, ritrovare una serenità e una fiducia nel futuro, gestire l'angoscia di una ricaduta. Abbiamo visto alcuni protagonisti del documentario riprendere con gli sport che praticavano prima della malattia.

Lo sport aiuta il ritorno alla quotidianità? E come si supporta un ragazzo costretto ad abbandonare le sue attività, anche sportive?

Le limitazioni fisiche e sociali rappresentano spesso l'aspetto più traumatico per i ragazzi che si trovano ad affrontare una malattia durante l'adolescenza, una età in cui i limiti vengono spesso sfidati. Il dover interrompere per un periodo o per sempre alcune attività aumenta la distanza dal gruppo dei coetanei e il rischio di isolamento. È molto importante offrire uno spazio di ascolto che riconosca l'importanza di queste limitazioni. È inoltre importante sostenere, quando possibile, una speranza realistica nella ripresa delle attività interrotte così come il conservare i contatti con il gruppo sportivo e/o ludico che possa continuare a far sentire i ragazzi parte della squadra. Per queste ragioni il ritorno allo sport rappresenta un momento atteso e molto emozionante per i ragazzi, viene spesso percepito come il segno tangibile della guarigione e del ritrovato benessere fisico, la possibilità di poter di nuovo "usare" il proprio corpo e fidarsi di lui. Spesso coincide tuttavia con una delusione rispetto alle proprie prestazioni sportive che, inizialmente, non sono ovviamente paragonabili con quelle precedenti la malattia. È per questo importante che i ragazzi possano arrivare a questo momento sostenuti in un percorso di consapevolezza del proprio corpo e delle modificazioni che ha subito.


Leggi online lo speciale di ''A scuola di salute'' sulla decima puntata del documentario:

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