Un rene per mia figlia Marianna

"Ho pregato, tanto, per avere la possibilità di rimetterla al mondo una seconda volta". La storia del papà che ha donato il rene a sua figlia.
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Ho pregato tanto. Ho urlato al cielo il mio dolore. Ho offerto la mia vita in cambio di quella delle donne della mia vita. Mi sono inchinato, supplicando il Signore perché salvasse mia figlia Marianna e mia moglie Lucilla.
Ho pregato tanto, piangendo. Le lacrime hanno bagnato le mie parole,spezzate dai singhiozzi. Senza vergogna, lo dico. Disperazione e fragilità di un uomo, che ha paura di restare solo. Di perdere tutto quello che ha. Debolezza, incapacità di piegarsi di fronte a un destino inesorabile.
Ci ho creduto fino all'ultimo. 

E ho pregato, tanto. Con tutta la forza che mi restava. 

Seduto fuori dal reparto di rianimazione di un Ospedale, dove mia moglie lottava per la vita, con il cuore rivolto a quello scricciolo venuto alla luce da pochi giorni, in rianimazione in un altro Ospedale, ho pregato per loro. Giorno e notte. Prima da una, poi dall'altra. 
Ho pregato lungo i corridoi gelidi degli ospedali, aspettando delle risposte, implorando delle rassicurazioni. Ho interrogato i muri color verde pallido delle sale di attesa, i soffitti ingrigiti con le luci al neon. Ho osservato gli occhi delle persone che mi passavano accanto, per intravedere nel loro dolore una consolazione per il mio. Avrei voluto dire a ognuno di quegli occhi tristi che ho incrociato, di non perdere la speranza, di pregare. Perché Dio ci avrebbe aiutati. 
Le risposte tardavano ad arrivare. I medici erano vaghi. Mia figlia aveva poche speranze di sopravvivere con un rene policistico bilaterale autosomico dominante. Una malattia ereditata da mia moglie, caratterizzata dallo sviluppo, all'interno del rene, di numerose cisti che, sostituendosi al tessuto funzionante, determinano insufficienza renale.

Ho pregato tanto. E il Signore mi ha concesso la grazia. Ci ha salvati, tutti e tre

Quindici giorni al reparto di rianimazione, poi il trasferimento in patologia neonatale. Per la prima volta, dopo due mesi dalla nascita, Marianna entra dentro casa sua. Per la prima volta, tutti e tre insieme. Non è stato facile. Mai una consolazione, mai un quadro che lasciasse spazio a una visione ottimistica della situazione di salute di mia figlia. Io però riuscivo a intravedere quanti passi riuscisse a compire, con tanta fatica. Il "piccolo miracolo", l'aveva soprannominata il responsabile del reparto di neonatologia. E ci godevamo quel miracolo come il regalo più bello che la vita potesse farci.

Ho pregato tanto, perché Marianna potesse vivere un'infanzia serena, normale.

E così è stato. Fino a quando, all'età di 11 anni e mezzo, la creatinina iniziò ad aumentare a livelli rischiosi. Per poi assestarsi di nuovo, e rimanere stabile ancora per un anno.
Si rese necessaria l'embolizzazione di un rene, poi dell'altro. La dialisi. L'urgenza di iscrivere Marianna nella lista di attesa per donazione da cadavere.
Si accennò appena alla donazione da vivente. Probabilmente io non rispondevo ai requisiti necessari perché le donassi io, il mio rene.
I medici ci consigliavano di avere pazienza. La donazione in campo pediatrico richiede da sei mesi a un anno. Invece con il calo delle donazioni i tempi si allungarono.

Ho pregato, tanto, ma a un anno e mezzo di lista di attesa, due anni di dialisi, diventammo molto impazienti. Faceva male vedere Marianna dipendere da una macchina. Manifestai allora la mia volontà di donare il rene a mia figlia, per regalarle quell'autonomia che non aveva più. Così iniziammo il percorso per l'idoneità. 
Non avevo timore dell'intervento, ma solo paura che dalle risposte degli esami si evidenziasse la mia impossibilità a donare. Ma ad ogni risposta positiva, constatavo con gioia infinita quanto il trapianto fosse vicino. Eravamo circondati da un'armonia meravigliosa, mai vissuta prima. Marianna era felice, e io con lei. 
Il giorno 11 novembre 2013, io e mia figlia ci ricoverammo al Bambino Gesù. Io nel reparto di urologia, Marianna in nefrologia. Fui visitato e messo al corrente di tutti i rischi legati all'intervento. Ma non ricordo nulla di quello che mi hanno detto. Non mi interessava. Volevo solo che mia figlia tornasse a star bene. 

Ho pregato tanto, mentre entravo in sala operatoria. Sapevo che in quello stesso istante, mia figlia stava sopportando la mia stessa fatica. In attesa, addormentata, che una parte di me fosse trasferita nel suo corpo. 
E ho pregato, finché non ho chiuso gli occhi, di poter avere la fortuna di rivedere mia figlia, finalmente sorridente. Felice.
Nonostante le tante ore di intervento, io ricordo solo i pochi momenti di felicità che ne hanno preceduto l'inizio. Poi nulla. E l'emozione che ho provato quando ho incontrato mia figlia, dopo il trapianto. Intensa, unica, irripetibile.

Marianna adesso è serena. Sta bene.
Accarezzo la mia cicatrice. E' la mia più grande soddisfazione, quella cicatrice. Io e mia moglie portiamo i segni del nostro essere genitori. Sulla sua pancia, la cicatrice del parto cesareo, grazie al quale ha dato la vita a Marianna la prima volta, quasi 17 anni fa. Sulla mia, quella che mi ha consentito di ridargliela una seconda volta.

Ho pregato, tanto. Non mi ricordo mai di avere un rene in meno. Non ne ho mai sofferto. Ricordo solo quando ne parlo.
E sono un papà felice.