Nuovo Coronavirus: peggiora il quadro delle varianti

Ad oggi sono 3 le varianti identificate del SARS-CoV-2: la variante inglese, sudafricana e brasiliana 

Tutti i virus - e in particolare quelli a RNA come i Coronavirus - cambiano costantemente attraverso mutazioni più o meno importanti del loro genoma (i loro geni) per adattarsi meglio all'uomo. Dall'inizio della pandemia sono state identificate migliaia di varianti del virus SARS-CoV-2 in tutto il mondo. La stragrande maggioranza delle mutazioni sono "passeggere" e hanno poco impatto sull'epidemia. Nel fatto che i virus mutino non c'è nulla di anormale.

Tuttavia, mentre la maggior parte delle mutazioni non ha un impatto significativo, qualcuna può dare al virus caratteristiche per lui vantaggiose. Tra queste, una maggiore capacità di trasmissione da una persona all'altra, la capacità di aggirare le difese della risposta immunitaria (degli anticorpi o dei vaccini), ovvero di facilitare la penetrazione del virus mutato all'interno delle cellule. In questi casi le mutazioni diventano motivo di preoccupazione, e devono essere controllate con attenzione.

Poiché ormai siamo globalizzati, il controllo della comparsa e della diffusione delle varianti virali deve essere esteso a tutti i Paesi del mondo, anche quelli con minori risorse economiche, per evitare che una diffusione non controllata in alcune aree del pianeta possa inficiare la lotta globale alla pandemia.

Da dicembre 2020 si sono iniziate a segnalare mutazioni genetiche importanti del SARS-CoV2 e a oggi sono molte le varianti identificate.
Le prime identificate sono state: la variante inglese, sudafricana e brasiliana (anche definite con delle sigle in funzione della mutazione riscontrata: 

  • B.1.1.7/501Y.V1 (inglese);
  • B.1.351/501Y.V2 (sudafricana);
  • P.1/501Y.V3 (brasiliana).

Prima identificata (dicembre 2020) e nota anche come B.1.1.7, interessa proprio il sito di legame del virus alla cellula, ed è diventata la variante che circola di più nel Regno Unito – interessando oltre il 70% delle nuove infezioni - e da lì si è diffusa in tutta Europa e in circa 60 altri Paesi.

È caratterizzata da una maggiore capacità di trasmettersi da uomo a uomo (l'aumento di trasmissibilità stimato è circa del 39%) e di conseguenza ha comportato un aumento importante del numero dei casi, dei ricoveri e della pressione sul sistema sanitario inglese. Data la capacità di diffusione di questa variante, per la maggiore capacità di penetrazione nelle cellule bersaglio, si è rapidamente propagata in altre popolazioni europee e non solo.

In Italia ormai il 55% circa delle infezioni è determinato dalla variante inglese, che costituisce il ceppo virale prevalente nel Paese, mentre le altre varianti interessano solo il 5% dei nuovi casi. A livello regionale la variante inglese è più presente in Molise (93,3%), Sardegna (75%), Liguria (72,7%), Abruzzo (70%), Campania (59,3%), Emilia Romagna 41%. In Lombardia potrebbero arrivare al 60-80%, mentre nelle Regioni dove si è registrato un rapido aumento dei casi come Abruzzo, Marche, Toscana e Umbria, oltre che nelle Province autonome di Trento e Bolzano, le varianti di Sars-Cov-2 sarebbero, secondo le simulazioni sull'andamento dei ricoverati, già tra il 40% e il 50% del totale dei positivi. Solo in Veneto e Liguria è intorno al 20%.

Tuttavia una variante per arrivare all'80'% dei casi in una determinata Regione impiega circa 3 mesi dalla sua prima comparsa, ma per passare dal 40% all'80% ne impiega solo uno.
Una particolare attenzione al contenimento della diffusione deriva da un lato dalla ancor scarsa conoscenza delle manifestazioni cliniche che essa determina. Dall'altro, sono in corso numerosi studi per stabilire se la malattia causata da questa variante sia più grave del COVID-19 con cui abbiamo avuto a che fare finora. 

Anche questa (variante B.1.351.V2) è stata identificata nel dicembre 2020 ed è ora la più diffusa in Sud Africa. Come quella inglese ha anch'essa una maggiore capacità di trasmettersi da un soggetto all'altro anche se inferiore a quella della variante inglese.

Da gennaio 2021 è stata isolata in almeno 20 altri paesi Europei e ha colpito anche persone che non sono state in Sud Africa. Questo suggerisce che questa variante sia in realtà più diffusa di quanto si pensi.

In Italia la sua presenza sembra essere ancora limitata allo 0,5% (ISS). Tuttavia è stata documentata in infezioni riscontrate nel Lazio (Frosinone), in Liguria (Genova), in Abruzzo (Pescara), in Lombardia, nella Provincia autonoma di Bolzano e in Sicilia.

La variante brasiliana è stata inizialmente identificata in Brasile a gennaio 2021, ma la sua presenza è stata subito segnalata in Giappone e Corea del Sud. In Italia le stime dell'ISS considerano i contagi da quella brasiliana interessino circa il 4,3% della popolazione. Sarebbe più frequente in Umbria (36,2%), Toscana (23,8%) e Lazio (13,2%). Casi sono stati segnalati in Emilia Romagna, Lazio (Latina), Abruzzo.

Gli studi hanno dimostrato una potenziale maggiore trasmissibilità e propensione alla reinfezione, legato a questa variante P1, V3, che unisce alla mutazione N501Y (inglese) e E484K (sudafricana) altre 17 mutazioni degli amminoacidi, tre delle quali sulla proteina spike, la proteina che permette al virus di agganciarsi alle cellule dell'apparato respiratorio e di causare l'infezione. Queste mutazioni faciliterebbero l'ingresso del virus nelle cellule dell'apparato respiratorio.

Nella città di Manaus (Amazzonia) uno studio ha rilevato che in media il 76% dei donatori di sangue avevano già gli anticorpi contro il SARS-CoV-2 per una precedente epidemia a Ottobre 2020.
Tuttavia la variante brasiliana si è diffusa lo stesso causando molte infezioni gravi e tanti morti. Uno studio ipotizza che la variante brasiliana può resistere agli anticorpi in persone che dovrebbero avere una certa immunità perché già immunizzate da una precedente infezione da Coronavirus.

L’evoluzione del Coronavirus SARS CoV-2 sta portando nuove varianti che progressivamente sono sempre più contagiose e che si diffondono rapidamente in tutto il mondo senza che sia possibile un reale contenimento dell’epidemia.
Si tratta della variante Delta o variante “indiana” definita scientificamente B.1.167, di cui si conoscono 3 sottotipi: il B.1.617.1, il B.1.617.2 e B.1.617.3.

Nel 2021 è diventata la prevalente in tutto il mondo per essere poi sostituita dall’ultima variante denominata Omicron.
Questa Omicron è risultata a sua volta più contagiosa delle precedenti, con decine di mutazioni, che dimostrano la grande capacità evolutiva del virus SARS-CoV-2.

Infatti dopo pochi mesi dalla Omicron BA1 sono nate le sottovarianti BA2, ormai già molto diffusa e variante Xe ch sta colpendo l’Inghilterra.

Queste varianti, seppure più contagiose, non sembrano essere più aggressive ma dare sintomi più lievi. Tuttavia presentano la brutta caratteristica di riuscire a contagiare con una certa facilità anche coloro che sono stati vaccinati o che sono guariti da una precedente infezione COVID-19.

Certamente i dati relativi alle varianti sono solo iniziali, e andranno confermati dagli studi successivi, ma tra i ricercatori di tutto il mondo e tra le agenzie internazionali di sorveglianza epidemiologica c'è una certa preoccupazione.
Se le persone si possono riammalare allora la protezione immunitaria non funziona e quindi i vaccini potrebbero non essere abbastanza efficaci.

I primi risultati di laboratorio, tuttavia, suggeriscono che i vaccini disponibili possono proteggere anche contro le nuove varianti, ma sarebbero meno efficaci. I dati riportati dalla casa farmaceutica sul vaccino Oxford-AstraZeneca suggeriscono che il vaccino protegge altrettanto bene contro la nuova variante del Regno Unito, sembra sia in grado di proteggere lo stesso contro le malattie gravi.

Anche il nuovo vaccino contro il Coronavirus che è stato approvato ed è fatto dalla Novavax sembra offrire una buona protezione anche nei confronti delle varianti.
Tuttavia nel peggiore dei casi, i vaccini potrebbero essere riprogettati e modificati per fornire una migliore protezione nei confronti delle varianti, processo che almeno in teoria potrebbe richiedere solo pochi mesi.
Succede già con l'influenza: un nuovo vaccino viene elaborato ogni anno per tenere conto dei cambiamenti dei virus influenzali in circolazione. Qualcosa di simile potrebbe accadere anche per il Coronavirus.

L'emergenza di nuove varianti rafforza l'importanza, per chiunque, compresi coloro che hanno avuto l'infezione o che sono stati vaccinati, di aderire rigorosamente alle misure di controllo sanitarie e socio-comportamentali (mascherine, distanziamento fisico e igiene delle mani) che vengono raccomandate dalle autorità sanitarie.

Importante per coloro che dovessero risultare positivi a una variante è: 

  • Evitare di interrompere la quarantena prima del decimo giorno;
  • Continuare a osservare le misure di distanziamento fisico e indossare la mascherina;
  • Contattare immediatamente, in caso di comparsa di sintomi, il medico curante e isolarsi.

È dunque fondamentale continuare a tenere l'attenzione molto alta sui comportamenti.
Ad oggi, l'uso della mascherina, il lavaggio delle mani, il distanziamento sociale, così come la sorveglianza e il tracciamento dei casi con l'isolamento e la quarantena dei contatti, sono le uniche misure immediatamente utili per ridurre la trasmissione della malattia in tutte le sue forme.

I vaccini non sembra possano essere l'arma risolutiva per tornare alla vita normale ma certamente sono lo strumento migliore se affiancato ad un uso ragionevole delle mascherine, distanziamento sociale e lavaggio delle mani.

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  • A cura di: Guido Castelli Gattinara*, Caterina Rizzo**
    *Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e Adolescente
    **Area Funzionale di Percorsi clinici ed Epidemiologia
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Ultimo Aggiornamento: 30  Maggio 2022 


 
 

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