Clostridium difficile

Batterio che causa un'infezione intestinale favorita dall'uso di antibiotici. Può essere prevenuta attraverso un accurato lavaggio delle mani e un corretto utilizzo degli antibiotici 

Il Clostridium difficile è un batterio. È la causa più frequente di diarrea e colite causate dall'uso di antibiotici, soprattutto in ambiente ospedaliero. Sebbene l'infezione da Clostridium difficile sia più comunemente riscontrata nei pazienti adulti, può causare sintomi intestinali anche in età pediatrica.
Il batterio può essere presente nella flora intestinale di persone sane e non causare necessariamente sintomi (status di colonizzazione). Tipicamente i bambini di età inferiore ai 2 anni hanno elevati tassi di colonizzazione da Clostridium difficile.

La colonizzazione dell'intestino da parte del batterio avviene per via oro-fecale: il batterio viene liberato nell'ambiente dal soggetto che lo ospita e sopravvive in forma di spore, forma del batterio munita di un involucro resistente che ne consente la sopravvivenza anche in condizioni sfavorevoli.
Una volta ingerite, le spore giungono a livello intestinale.


La colonizzazione intestinale da parte del batterio è facilitata da alterazioni della normale flora intestinale come quelle che si verificano con l'utilizzo di antibiotici, soprattutto se ad ampio spettro.
Altre condizioni che facilitano l'instaurarsi dell'infezione sono l'età avanzata, l'ospedalizzazione, la presenza di altre malattie e l'uso di farmaci antiacidi (inibitori di pompa protonica). 

I sintomi si manifestano tipicamente dopo 5-10 giorni dall'inizio della terapia antibiotica, ma possono anche comparire 8 settimane dopo. Il batterio produce due tossine che infiammano e danneggiano la parete intestinale provocando colite e diarrea.


Talvolta l'infiammazione è così importante da creare le cosiddette "pseudomembrane", che sono il reperto caratteristico alla colonscopia della forma più grave di colite da Clostridium difficile.
La gravità della malattia è variabile. Sono descritti casi lievi, caratterizzati da:

  • Evacuazioni multiple di feci acquose associate o meno a crampi addominali;
  • Tracce di sangue nelle feci;
  • Febbricola;
  • Nausea e inappetenza.

Nei casi gravi il paziente può andare incontro a:

  • Megacolon tossico: abnorme distensione gassosa del colon che compare improvvisamente e che provoca sintomi come gonfiore e dolori addominali, febbre e shock. È un'affezione molto grave che deve essere curata con la massima urgenza e in modo adeguato;
  • Colite fulminante: infiammazione del colon che provoca dolore addominale, talvolta attenuato dalla defecazione, nausea, vomito, mal di stomaco. Accanto a questi sintomi intestinali, possono comparire dolori generalizzati, stanchezza cronica con sonnolenzavertigini. Questi sintomi si accompagnano ad una rapida perdita di peso.

Ai fini della diagnosi, è essenziale un'attenta raccolta della storia del paziente (recenti ricoveri ospedalieri, somministrazione di antibiotici ecc.) e una visita altrettanto accurata.
La diagnosi viene confermata mediante ricerca su un campione di feci delle tossine del Clostridium difficile.
Tale analisi viene effettuata su pazienti i cui sintomi (diarrea acquosa) e i fattori di rischio (impiego di antibiotici, età avanzata, ospedalizzazione e presenza di patologie associate) siano particolarmente suggestivi di infezione da Clostriudium difficile.
Sebbene la colonscopia non sia indicata come esame diagnostico di primo livello, nei casi gravi in cui è necessario eseguirla si rileva un'infiammazione della parete intestinale che arriva fino alle tipiche "pseudomembrane".

Il primo passo consiste nel sospendere la terapia antibiotica, appena possibile.
Se il paziente necessita di terapia antibiotica, sarà possibile selezionare gli antibiotici implicati meno di frequente nel provocare l'infezione da Clostridium difficile. L'impiego di antidiarroici non è consigliato e può addirittura rivelarsi dannoso.
Nelle situazioni più gravi  o ricorrenti, su indicazione del medico, possono essere prescritti antibiotici che agiscono in modo specifico contro il Clostridium difficile, quali la vancomicina, la fidaxomicina o il metronidazolo.


Se necessario, in casi gravi può essere necessario ricorrere a un intervento chirurgico. In caso di infezione ricorrente, tra le terapie più recenti e innovative vi è il trapianto di microbiota fecale, il cui principio consiste nella capacità della flora microbica intestinale del donatore di influenzare positivamente l'habitat intestinale del ricevente creando condizioni sfavorevoli allo sviluppo del Clostridium difficile.

La prevenzione della malattia consiste nell'effettuare un accurato lavaggio delle mani con acqua e sapone. Acqua e sapone risultano infatti più efficaci delle soluzioni alcoliche nella prevenzione di questa infezione in quanto le spore del batterio non vengono uccise dall'alcol.
È inoltre importante impiegare correttamente gli antibiotici: limitarne l'uso a situazioni cliniche di reale necessità, solo su prescrizione medica, e laddove necessario scegliere accuratamente l'antibiotico e la durata del trattamento a seconda del quadro clinico presentato.

 

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  • A cura di: Livia Gargiullo
    Unità Operativa Pediatria Generale e Malattie Infettive
  • in collaborazione con:

Ultimo Aggiornamento: 13 gennaio 2021


 
 

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