Nuovo Coronavirus: le mutazioni e la "variante inglese"

Il nostro sistema immunitario produce molti di anticorpi diretti contro il virus. Se una mutazione dovesse rendere inutile uno di questi anticorpi, ne rimarrebbero altre decine capaci di riconoscerlo 

Fin dai primi mesi della pandemia, gli scienziati hanno osservato la comparsa di mutazioni del virus SARS-CoV-2 prelevato da persone con COVID-19. I virologi hanno notato l'alterazione (o mutazione) di un singolo nucleotide – i nucleotidi sono le "lettere" che compongono l'"alfabeto" dei geni – nell'RNA del virus (che è composto da 29.903 nucleotidi).

I virologi hanno chiamato questa mutazione D614G; in seguito hanno dato il nome delle lettere dell’alfabeto greco, e l’hanno chiamata alfa. All'inizio non era chiaro se la linea virale con la mutazione alfa fosse più trasmissibile o si comportasse in modo insolito, ma l'allarme si diffuse rapidamente nei media.
In realtà oggi lo sappiamo se la mutazione potrebbe aver facilitato la diffusione del virus.

Alcuni esperimenti suggeriscono che i virus variati infettano le cellule più facilmente, mentre altri studi dimostrano che gli anticorpi – quindi le nostre difese immunitarie – riconoscono molto più facilmente il virus con una variante che senza variante.

Molti scienziati affermano che non vi sono prove certe che le varianti abbiano avuto effetto sulla diffusione del virus. Tuttavia le ultime e più recenti varianti hanno dimostrato una capacità di diffusione molto più alta, oltre alla capacità di infettare persone che erano già guarite dalla malattia o che sono state vaccinate con due o tre dosi.

 

I virus come il SARS-CoV-2, l'HIV (il virus dell'AIDS) e i virus dell'influenza, i cui geni sono scritti nell'RNA (e non nel DNA come i geni dell'uomo e di moltialtri animali), tendono mutare molte volte, perché gli enzimi che copiano l'RNA all'interno delle nostre cellule sono inclini a commettere errori.

Quando viene copiata la sequenza di nucleotidi che costituisce il codice dell'RNA, questi enzimi compiono errori inserendo un nucleotide al posto di un altro. Ecco perché, dall'inizio della pandemia, sono state scoperte migliaia di mutazioni del virus che causa il COVID-19. Le sole mutazioni che coinvolgono la "proteina spike" sono più di 4.000!

Queste modifiche casuali creano quasi sempre un difetto svantaggioso per il virus che non sopravvive. In rari casi, però, questa sostituzione può rivelarsi un vantaggio per il virus, ad esempio perché lo rende resistente ad un farmaco efficace: il ceppo originale (detto ceppo selvaggio) non sopravvive all'effetto del farmaco, mentre quello resistente sì. In questi casi i virus mutati riescono a diffondersi e a propagarsi meglio di quelli selvaggi.

Virus mutati erano già stati segnalati tra fine agosto e settembre 2020: un ceppo del SARS-CoV-2 presente nei visoni (Y453F), con quattro mutazioni del gene per la proteina spike, che in Danimarca ha infettato 214 allevatori.
La proteina spike funziona come una sorta di "uncino" che aggancia le nostre cellule e permette al virus di infettarci. Inoltre, la stessa proteina spike è il principale bersaglio della risposta immunitaria all'infezione e alla vaccinazione.

Quindi le mutazioni della proteina spike hanno conseguenze sulla capacità del virus di infettare gli esseri umani (o altri animali), sulla sua contagiosità e sul suo comportamento come antigene, nel provocare la risposta immunitaria difensiva.
Le mutazioni che alterano la proteina spike potrebbero anche influenzare alcuni test diagnostici oltre che avere un potenziale impatto sull'efficacia dei vaccini. Ma nulla di tutto questo è successo fin'ora.

 

Nel Regno Unito si stanno facendo valutazioni genetiche molto dettagliate dei vari ceppi di virus individuati. Nel corso di questi studi è stata individuata una nuova variante, soprattutto nel sud dell'Inghilterra, che contiene all'incirca 20 mutazioni e che colpisce una parte (denominata N501Y) della proteina spike. Sembra che questa variante è sia più contagiosa.

Tuttavia sappiamo è che le persone con COVID-19 causato da questa variante non hanno una malattia più grave né un aumento della mortalità.  
In ogni caso, le esperienze con virus simili suggeriscono che i vaccini saranno efficaci, nonostante piccoli cambiamenti genetici.

Ecco perché:

  • La "variante inglese" contiene alcune mutazioni che coinvolgono la "proteina spike", il bersaglio dei principali vaccini;
  • Ma la "proteina spike" è una molecola relativamente "grande": è composta da quasi 1.200 aminoacidi;
  • Il nostro sistema immunitario non produce un unico anticorpo ma decine di anticorpi diretti contro varie parti di questa proteina;
  • Se la mutazione dovesse rendere inutile uno di questi anticorpi, ne rimarrebbero decine capaci di riconoscere e di legarsi alla "proteina spike";
  • L'esperienza con i virus dell'influenza e con molti altri virus ci insegna che, per sfuggire alla risposta immunitaria, debbono accumularsi moltissime mutazioni e che, perché questo accada, occorrono anni;
  • Probabilmente questo succederà anche con il virus del COVID-19: se così sarà, ci comporteremo come con l'influenza, rivaccinandoci quando sarà necessario.   

In conclusione, non sembra che siano le variazioni genetiche del virus a determinare la gravità della malattia, ma piuttosto alcune varianti genetiche umane che, ad esempio, renderebbero alcuni soggetti maggiormente suscettibili alle forme iperinfiammatorie correlate al COVID-19, come sembrano dimostrare recentissimi studi.

Sfoglia online lo speciale di 'A scuola di salute' dedicato al Nuovo Coronavirus:

 

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  • A cura di: Guido Castelli Gattinara
    Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e dell'Adolescente
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Ultimo Aggiornamento: 31  Maggio 2022 


 
 

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