Nuovo Coronavirus: la cura con plasma iperimmune

Cosa significa plasma iperimmune e quali sono le prospettive per la terapia e la prevenzione del COVID-19 

Il siero (parte liquida del sangue) prelevato da pazienti convalescenti è una potenziale terapia per il COVID-19, attualmente oggetto di studio in Italia e in diversi Paesi del mondo per raccogliere prove sulla sua efficacia e sicurezza.
Il siero di questi pazienti viene denominato "iperimmune" in quanto contiene un'elevata concentrazione di anticorpi (immunoglobuline) diretti contro il SARS-Cov-2, il virus che causa il Covid-19.


Alcuni studi hanno sollevato la possibilità che siero e immunoglobuline iperimmuni vengano utilizzati come terapia, nei casi più gravi, oppure per prevenire la malattia, soprattutto nelle persone più fragili, in attesa che venga messo a punto un vaccino sicuro ed efficace.
Per entrambi gli utilizzi (terapeutico e preventivo), tuttavia, sono necessari studi e trial clinici per valutare l'efficacia e la sicurezza del loro impiego su larga scala.


In linea di principio, il siero può venir utilizzato come tale (siero iperimmune) oppure si possono estrarre dal siero gli anticorpi (immunoglobuline iperimmuni) da utilizzare per la prevenzione o per la terapia. In passato, fin dagli inizi dello scorso secolo, è stato utilizzato il siero, molto facile da ottenere da un prelievo di sangue.
Solo verso la metà del secolo scorso è stata messa a punto una tecnica per estrarre le immunoglobuline (gli anticorpi) dal siero e le immunoglobuline umane così ottenute sono state utilizzate per la prima volta con pieno successo nel 1952.

Da allora, la terapia e la profilassi con immunoglobuline iperimmuni sono state largamente utilizzate, con risultati incoraggianti, per altre malattie come nel caso delle:

  • Immunoglobuline iperimmuni dirette contro il virus dell'epatite B, iniettate subito dopo il parto ai neonati di madri portatrici del virus per prevenire l'infezione del neonato;
  • Immunoglobuline iperimmuni dirette contro la tossina del botulino iniettate ai neonati e ai lattanti non appena si sospetti un'intossicazione da tossina del botulino;
  • Immunoglobuline iperimmuni dirette contro il virus della rabbia anche se alcuni dati suggeriscono che possano peggiorare i sintomi piuttosto che alleviarli;
  • Immunoglobuline iperimmuni dirette contro la tossina del tetano, di dubbia efficacia in terapia;
  • Immunglobuline iperimmuni anti-Rh somministrate alla madre Rh-negativa a poche ore dal parto per impedire il passaggio di globuli rossi Rh-positivi dal feto alla mamma e prevenire così la malattia emolitica del neonato in gravidanze successive. Questa pratica ha avuto grande successo e ha virtualmente eliminato la malattia emolitica del neonato che fino ad allora, era stata una causa tristemente frequente di gravi danni cerebrali e di handicap nei figli di madri Rh-negative.

Le immunoglobuline umane possono venire estratte dal sangue di migliaia di donatori convalescenti, guariti dal COVID-19, attraverso il semplice prelievo del siero (parte liquida del sangue). Una volta controllate (sia per quantificare i livelli di anticorpi che neutralizzano il virus che per garantire il più elevato livello di sicurezza per chi le riceve) le immunoglobuline iperimmuni possono essere somministrate a pazienti affetti da COVID-19.


L'obiettivo della somministrazione di queste immunoglobuline è pertanto fornire una difesa contro le infezioni e contro la malattia.
La via di somministrazione può essere intramuscolare o endovenosa e una singola somministrazione conferisce una protezione che dura da un minimo di 4 settimane ad un massimo di 8 settimane a seconda della quantità di anticorpi somministrati.


Va considerato, prima di ipotizzare il loro impiego soprattutto per prevenire la malattia nella popolazione generale, che hanno un costo molto elevato, che sono difficili da ottenere e produrre in grandi quantità in quanto vanno ripetute ogni 4-8 settimane e che possono causare reazioni indesiderate ed effetti collaterali sia al momento della somministrazione (ad esempio, mal di testa, febbre, brividi, ecc) che successivamente (ad esempio, trombosi, coaguli sanguigni, insufficienza renale).


Da ultimo, in attesa dei risultati dei trial clinici, va notato che siero iperimmune e immunoglobuline iperimmuni si sono dimostrate quasi sempre efficaci nella prevenzione delle malattie infettive. In terapia, invece, hanno dato ben pochi risultati positivi o si sono dimostrate del tutto inefficaci.
Non si può dire, però, che un virus totalmente nuovo come il SARS-CoV-2 debba necessariamente comportarsi allo stesso modo. Ci si può augurare che le immunoglobuline iperimmuni possano risultare efficaci sia in prevenzione che in terapia.

Sfoglia online lo speciale di 'A scuola di salute' dedicato al Nuovo Coronavirus:

 

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  • A cura di: Caterina Rizzo, Alberto Giovanni Ugazio
    Area Funzionale di Percorsi Clinici ed Epidemiologia
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Ultimo Aggiornamento: 26 marzo 2021


 
 

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