Nuovo Coronavirus, la variante Delta o 'indiana'

Nuova variante diffusa negli Stati Uniti, in Inghilterra, Europa e da aprile anche nel nostro Paese. I vaccini mantengono la loro efficacia sulla capacità di prevenire forme gravi e morte  

Da molti mesi abbiamo capito che questo nuovo coronavirus SARS CoV-2, oltre a essere minaccioso, è anche instabile e si modifica molto rapidamente. Si adatta infatti all’ambiente cambiando la struttura della proteina spike – la proteina di aggancio alle cellule – e diventando più contagioso rispetto al ceppo iniziale. Questo è quanto sta succedendo in India, Paese che da aprile è devastato dall’epidemia, dove è nata la cosiddetta “variante Delta o variante indiana” definita scientificamente B.1.167, di cui si conoscono già 3 sottotipi: il B.1.617.1, il B.1.617.2 e B.1.617.3.
Si stanno studiando attentamente queste varianti, per capire come potrebbero influenzare l’espansione della pandemia nei paesi in cui sono giunte. Oltre che in India, dove ormai è dominante, questa variante si è diffusa negli Stati Uniti, in Inghilterra, Europa e da aprile è stata identificata anche nel nostro Paese. Rimangono aperte le domande chiave su quanto velocemente queste varianti possano diffondersi, sulla loro capacità di resistere all'immunità prodotta dai vaccini, e sulla possibile capacità di provocare le forme di malattia più gravi.

Dal mese di maggio la variante Delta B.1.617.2 del coronavirus segnalata nel nord-ovest dell’Inghilterra si è molto diffusa, soppiantando in alcune aree la precedente variante alfa o inglese (B.1.1.7), e causando un aumento significativo di nuovi casi positivi e un maggior numero di ricoveri. La sua rapida diffusione sembra essere legata a una trasmissibilità di circa il 60% maggiore della già altamente infettiva variante Alpha (variante inglese) identificata nel Regno Unito alla fine del 2020. Fortunatamente la campagna vaccinale in quel Paese è già abbastanza diffusa e dovrebbe consentire di limitare gli effetti di un’eventuale nuova ondata, anche se la protezione offerta dai vaccini è ridotta per chi è ancora in attesa della seconda dose.
Il controllo costante dell’epidemia resta quindi di particolare importanza e le precauzioni suggerite, quali la mascherina, il distanziamento ecc. restano una precauzione fondamentale. 
Fortunatamente è possibile tracciare rapidamente la diffusione di questa variante Delta B.1.617.2 perché nel suo materiale genetico è stato identificato un marcatore che manca alla variante dominante Alpha o inglese. Questo marcatore – definito come "target del gene S" - può essere riconosciuto dai risultati di alcuni test molecolari normalmente utilizzati per confermare l’infezione da COVID-19. Quindi i ricercatori possono utilizzare i test positivi per il “target del gene S” per controllare la diffusione di questa variante Delta B.1.617.2, senza dover ricorrere a analisi più sofisticate di sequenziamento (vedi sotto). Purtroppo questi test del gene-S indicano che questa variante sta superando gli altri sottotipi e le precedenti varianti. Dai primi dati del Regno Unito sembra che la nuova variante Delta sia due volte più diffusibile della precedente variante Alpha  e che il numero di casi raddoppi ogni 11 giorni circa. 

“Sequenziare” significa analizzare un campione (il tampone nasofaringeo) per rilevare le caratteristiche del materiale genetico, in questo caso del Coronavirus. È un passaggio successivo al test diagnostico molecolare, che normalmente si limita a rilevare la presenza del materiale genetico del virus – quindi l’infezione – ma senza analizzarne le caratteristiche. L’attività di sequenziamento consente di sapere quali varianti siano più diffuse nel Paese, e permette di analizzare il loro andamento e di fare previsioni sulla loro capacità di causare un maggior numero di casi in alcune specifiche aree. Questi aspetti sono particolarmente utili per pianificare gli interventi di contenimento dell’epidemia.

Qual è la capacità dei vaccini di prevenire le infezioni causate dalle nuove varianti e la malattia da Covid-19? Questo dato è importante per contenere la pandemia nei vari Paesi, specie quelli che ancora non hanno ampia disponibilità di vaccini. Finora sappiamo da dati inglesi che il vaccino Astra-Zeneca  riduce il rischio di sviluppare i sintomi di COVID-19 causati dalla variante Delta del 33%, rispetto al 50% della variante Alpha dopo una prima dose. La seconda dose del vaccino aumentao la protezione contro il Delta al 60% (rispetto al 66% contro Alpha), mentre due dosi di Pfizer sono state efficaci all'88% (rispetto al 93% contro Alpha). Tuttavia i vaccini mantengono la loro efficacia sulla capacità di prevenire malattie gravi e morte. Un recente studio della Sanità inglese ha dimostrato che coloro che hanno avuto una dose di vaccino hanno il 75% di probabilità in meno di essere ricoverate in ospedale, e quelle che sono completamente protette hanno una probabilità ridotta del 94% rispetto alle persone non vaccinate. Anche se sarebbe importante sapere se le persone vaccinate possono prendere la variante Delta senza ammalarsi, e trasmetterla. I ricercatori inglesi stanno infatti mettendo in guardia il loro governo sull’opportunità di allentare le restrizioni relative all’isolamento e all’uso delle mascherine.
La variante Delta pone un più grande rischio nei paesi che hanno un accesso limitato ai vaccini, in particolare quelli in Africa, dove la maggior parte delle nazioni hanno vaccinato meno del 5% delle loro popolazioni. In questi Paesi se i vaccini non arriveranno in tempo, questa nuova variante potrà avere effetti devastanti.

Sfoglia online lo speciale di 'A scuola di salute' dedicato al Nuovo Coronavirus:

 

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  • A cura di: Guido Castelli Gattinara
    Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e dell'Adolescente
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Ultimo Aggiornamento: 14 luglio 2021


 
 

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