"Con matita e colori disegno la vita"

"Sono cresciuto in un letto di ospedale, con una matita in mano, quella semimorbida. Ho imparato a disegnare perché potevo essere l'Uomo Ragno". La storia di Marco
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29 novembre 2018

Quando disegno mi trasformo.
Disegnare mi aiuta a trasferirmi fuori dal posto in cui mi trovo, e a catapultarmi nella dimensione del soggetto che sto disegnando.
Disegnare mi ha sempre aiutato a fare questo. A vivere più vite, a essere in più posti, e diventare più persone. La matita e i colori mi hanno sempre aiutato a superare ogni momento doloroso che ho vissuto. Sono stati il mio "costume" da supereroe.
Sono cresciuto in un letto di ospedale. Da quando sono nato, i reparti sono stati la mia seconda casa. C'è una dottoressa, in particolare, che si è presa cura di me. Che mi ha accudito come un figlio. Che ha gioito per i miei successi e ha sofferto quando vedeva che per me, stare al mondo, è stato sempre un po' più complicato che per un bambino della mia età. Avevo 2 mesi quando mi ha visto per la prima volta, al Bambino Gesù. Oggi ho 28 anni. E lei si prende ancora cura di me.

Sono nato con una malattia rara, l'ittiosi epidermolitica. Sono nato con la pelle fragile. E la fragilità della mia pelle ha reso fragile anche la mia vita.
A 2 mesi la diagnosi.
A 1 anno un intervento agli occhi per ulcera corneale.
A 5 anni il ricovero per due anni consecutivi.
A 6 l'operazione al polpaccio sinistro per un'infezione da stafilococco.
A 6 anni e mezzo la diagnosi di artrite reumatoide sistemica.
A 7 la rottura del femore.
A 8 anni ho festeggiato il compleanno in ospedale.
A 14 la diagnosi di un altro nemico da combattere: il diabete mellito di tipo 2.

Dagli 0 ai 28 anni ho dormito in più letti di ospedale che in case di vacanza.
Ho fatto più chilometri per raggiungere una struttura ospedaliera che per raggiungere qualche meta esotica con i miei amici.
Ho conosciuto quasi più medici che persone.
Ho sentito più spesso il dolore che la mia fidanzata al telefono.
Nonostante la grande tempesta, il piccolo eroe che c'era in me, e che esiste in tutti i bambini che devono affrontare una malattia, ha sempre lottato per il suo grande sogno: diventare un fumettista. I mostri da combattere erano tanti, e il mondo esterno non è stato sempre dolce. Anzi. Mi ha fatto male.
Però avevo matita (la 2B, quella semimorbida) e colori, che mi hanno aiutato a vincere ogni piccola battaglia. Prima i pennarelli da bambino, con la punta grossa, con i quali ho pitturato i muri di casa, quando avevo due anni. Poi le pareti si sono trasformate in carta. In fogli, in blocchi, poi in album, e i pennarelli sono diventati professionali. 
Ci sono mattine in cui mi sento in forma, altri giorni nei quali non riesco ad alzarmi dal letto. Sveglia, colazione, insulina, passeggiata, disegni, pranzo, insulina, disegni, merenda, insulina, disegni, cena, insulina, disegni, letto.
La mia vita è quello che accade tra un pasto senza zucchero e un disegno. Tra l'insulina e un soggetto che mi ispira: un paesaggio, un volto, un personaggio. Io le cose belle so fermarle così: disegnandole.
I miei soggetti preferiti sono sempre stati i personaggi dei fumetti. Per questo dopo il liceo artistico sono andato a Roma a studiare nella Scuola Internazionale di COMICS.

Il mio migliore amico Mattia, che adesso non c'è più, sarebbe fiero di sapere che oggi la passione che ci univa, e in qualche modo ci ha salvati, è per me diventato anche un lavoro. Entrambi disegnavamo per diventare qualcun altro. Io sono stato più volte l'Uomo Ragno, il mio eroe preferito. E lui diventava il suo, di eroe. Con Mattia avevo inventato e disegnato un fumetto, Capitan Folletto. Il mio dovere, nei suoi confronti, è quello di riuscire a pubblicarlo, prima o poi.

Ben Parker dice a Peter, suo nipote – Spiderman, appunto – che da un grande potere derivano grandi responsabilità.
Il mio potere è la vita. La mia responsabilità... disegnarla.