Cuore artificiale ed Ecmo, aumentare le competenze per garantire la sicurezza del paziente

Le nuove tecnologie e la collaborazione con gli altri dipartimenti sono la chiave per migliorare costantemente la qualità delle cure. L'intervista al dottor Antonio Amodeo sugli interventi realizzati nella sua Unità di funzione e sulle prospettive future
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29 maggio 2018

Oltre 80 dispositivi di assistenza meccanica cardiaca impiantati negli ultimi anni, che rappresentano il 60% dei trapianti di cuore artificiale su pazienti pediatrici effettuati in Italia. È sufficiente guardare a questi due numeri insieme, metterli a confronto, per avere un'idea della delicatezza e della complessità degli interventi compiuti dall'Unità di Funzione di Ecmo, Assistenza Meccanica Cardiorespiratoria e trapianto di cuore artificiale, una struttura che conta 4 medici che si occupano anche degli interventi in Ecmo cardiorespiratorio (per questa procedura la casistica è di circa 15 interventi all'anno). Nell'ambito del cuore artificiale, la data che fa da spartiacque nella trentennale esperienza della Cardiologia dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù è il 2002, anno in cui è stato realizzato il primo impianto di cuore artificiale su un paziente pediatrico. Da allora, come detto, sono stati impiantati oltre 80 dispositivi di questo tipo. Il Bambino Gesù è inoltre il centro leader per il trial europeo sull'impianto dell'Infant Jarvik, cuore artificiale destinato ai bambino di piccolo peso. Il trial, che partirà negli States entro l'estate, prenderà il via anche in Europa entro l'anno.  Del cuore artificiale e degli altri interventi svolti da questa Unità di funzione abbiamo parlato con il direttore, il dottor Antonio Amodeo.

Dottor Amodeo in quali casi si rende necessario l'impianto di un cuore artificiale?

Attualmente, il trapianto cardiaco rimane il gold standard nello scompenso cardiaco terminale, ma non tutti i pazienti possono accedervi a causa della carenza di donatori, del lungo tempo di attesa nella lista trapianti e dell'eventuale presenza di patologie associate che possono controindicare il trapianto. La regola generale è semplice: i cuori artificiali vengono impiantati quando il cuore non è più in grado di funzionare adeguatamente, come conseguenza di una patologia cronica (cardiopatia ischemica, cardiomiopatia dilatativa) o in acuto (shock cardiogeno, miocardite).

Come funzionano i cuori artificiali?

Ce ne sono di diversi tipi, noi al Bambino Gesù li abbiamo impiantato tutti: Jarvik, l'Heart Mate 3, l'Heartware, il Berlin Heart,  ed il Total artificial heart. I primi 3 sono dei Vad (Ventricular assist devices) cioè dei meccanismi di assistenza ventricolare sinistra a flusso continuo. L'Heart Mate 3, in realtà, è un cuore a levitazione magnetica e proprio al Bambino Gesù, nel febbraio del 2016, lo abbiamo impiantato su una ragazza di 16 anni, realizzando questo intervento su un paziente pediatrico per la prima volta al mondo. I Vad vengono inseriti nel paziente quando una delle pompe naturali del cuore (un ventricolo) perde la propria funzione contrattile. Così facendo, questo dispositivo funge da bypass del ventricolo malato garantendo la normale perfusione dell'intero corpo. Il Total Artificial Heart, invece, viene impiantato al posto del cuore in toto, in presenza di una grave disfunzione di tutto il cuore.

Il cuore artificiale è sempre una soluzione ponte in attesa che un cuore nuovo si renda disponibile?

Dipende dalle condizioni del paziente. Nel caso di persone con patologie che non li rendano candidabili al trapianto di cuore, l'impianto di un cuore artificiale può essere una soluzione definitiva. Nel 2010, ad esempio, abbiamo adottato questa strategia per un ragazzo affetto dalla Distrofia di Duchenne che gli precludeva la possibilità di essere messo nella lista per un trapianto.

Come si garantisce la sicurezza del paziente in interventi così complessi come l'impianto di un cuore artificiale?

Aumentare costantemente le competenze è il primo obiettivo da perseguire e per farlo è necessario avere un confronto e un'interazione costante con gli altri centri. Un aiuto nella ricerca del costante miglioramento della qualità e della sicurezza degli interventi che operiamo ci viene anche dalle nuove tecnologie, su tutte la "virtual surgery". Si tratta di una vera e propria simulazione dell'intervento. Grazie alla collaborazione con il dipartimento di Diagnostica per immagini possiamo realizzare una fedelissima riproduzione virtuale del cuore e dei vasi sanguigni del paziente su cui dobbiamo intervenire. È un modello con cui possiamo "interagire" e che ci permette di vedere come posizionare il cuore artificiale e prevenire eventuali complicazioni dovute a specificità della persona che dobbiamo operare. Nel prossimo futuro la "virtual surgery" sarà ancora più realistica, infatti stiamo sviluppando un sistema che attraverso dei visori di realtà aumentata renda ancora più precisa la simulazione dell'intervento.

Ha parlato della collaborazione con la Diagnostica per immagini. Anche il confronto con gli altri dipartimenti dell'ospedale concorre a garantire la sicurezza e a migliorare la qualità di quello che fate? 

Assolutamente sì. Lavorare in un grande policlinico pediatrico, con casi molto complessi, favorisce una crescita costante. Oggi il successo nelle discipline ad alta complessità si ottiene soltanto grazie ad un approccio multidisciplinare alla patologia. 

Con quali dipartimenti state collaborando per quanto riguarda l'Ecmo?

Con il dipartimento di Emergenza e accettazione (DEA) e con il dipartimento di Neonatologia medica e chirurgica. Con la Neonatologia, in particolare, usiamo questa tecnica anche per il trattamento dei pazienti con ernia diaframmatica. Inoltre, con il dipartimento di Oncoematologia abbiamo iniziato a utilizzare l'Ecmo anche nel trattamento di pazienti con patologie oncologiche. Sono pochi i centri al mondo che lo fanno. Come dicevo, un approccio multidisciplinare alla patologia complessa è fondamentale, una conditio sine qua non per ottenere ottimi risultati.

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