Malattie mitocondriali, operare in rete per migliorare i trattamenti

Il trattamento delle malattie mitocondriali è inficiato da numerosi fattori e richiede centri altamente specializzati. L'intervista al professor Enrico Silvio Bertini
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25 settembre 2018


Nella foto: Cellule (fibroblasti) viste al microscopio confocale, in verde i mitocondri 

Le oltre 200 malattie mitocondriali conosciute sono accomunate da un malfunzionamento dei mitocondri. Quando questi organuli, vere e proprie "centrali elettriche" delle cellule, sono colpiti da mutazioni genetiche che non consentono loro di produrre energia in quantità sufficiente (sotto forma di molecola ATP), l'organismo si ammala in maniera progressiva. Ad essere colpiti per primi e in maniera più importante sono gli organi e apparati che richiedono un maggior fabbisogno energetico: il cervello, il sistema nervoso, i muscoli, il cuore, la vista e l'udito. Inoltre possono manifestarsi in qualsiasi fase della vita, già nelle prime settimane dopo la nascita, oppure nell'adolescenza e nell'età adulta. Ogni caso è diverso dall'altro, persino all'interno di una stessa famiglia, e questo rende le malattie mitocondriali molto difficili da riconoscere e diagnosticare. Tutti questi aspetti rendono estremamente complicata la presa in carico dei pazienti che soffrono di queste patologie, per le quali attualmente non si conosce una cura. Abbiamo approfondito questi temi con il professor Enrico Silvio Bertini, responsabile dell'Unità di Malattie muscolari e neurodegenerative dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.

Professor Bertini, quali sono le principali difficoltà nel trattamento delle malattie mitocondriali?

Il trattamento delle malattie mitocondriali è inficiato da numerosi fattori. Innanzitutto queste malattie sono rare, e quindi è necessario disegnare ogni volta dei trials multicentrici per raggiungere un numero di pazienti statisticamente sufficiente a dimostrare l'efficacia di un trattamento. Un'altra difficoltà è legata alla notevole eterogeneità genetica e fenotipica delle malattie mitocondriali. Ad oggi, infatti, sono noti più di 200 geni malattia e questa lista tende a crescere ogni anno di almeno 3-5 nuovi geni malattia.  Ogni nuovo gene malattia, inoltre, sottende fenotipi, cioè presentazioni cliniche, differenti della malattia. Le differenza nella presentazione, soprattutto del quadro clinico e dell'età di esordio dei sintomi, comporta l'uso di misure funzionali diverse. Per ora ci si limita nella maggior parte dei pazienti a prescrivere farmaci antiossidanti e farmaci che facilitano il corretto funzionamento dei mitocondri, in modo da far mantenere il più possibile la produzione di energia, cioè della molecola ATP (Adenositrifosfato). In alcune malattie in cui esiste un quadro clinico prevalentemente mono-organo è stato possibile ricorrere al trapianto di organo, come il trapianto cardiaco o il trapianto epatico. Quest'ultimo lo abbiamo realizzato con successo al Bambino Gesù.

Il trattamento delle malattie mitocondriali richiede strutture altamente specializzate in cui siano presenti team multidisciplinari di specialisti. Questo aspetto influisce negativamente sull'accesso alle cure?

Chi si occupa della prese in carico dei pazienti con malattie mitocondriali deve essere in grado di fornire un supporto d'eccellenza. In Italia, oltre al Bambino Gesù, sono diversi i centri in grado di farlo e, fortunatamente per chi soffre di queste patologie, sono dislocati in molte delle principali città italiane: Milano, Torino, Genova, Padova, Bologna, Pisa, Roma, Messina. Il trattamento di questi pazienti richiede strutture altamente specializzate sia per la diagnostica precoce e per seguire e monitorare nel tempo i pazienti con misure funzionali condivise con altri centri. Inoltre, nelle strutture altamente specializzate, è possibile ottenere, ad esempio, un addestramento mirato del personale della rianimazione, per prepararlo ad attuare una serie di misure in condizioni critiche, come quella di assicurare un supporto energetico sufficiente. Il personale della rianimazione deve essere preparato per poter eseguire un monitoraggio periodico delle condizioni cliniche e metaboliche (acido lattico, organico aciduria, crisi epilettiche, etc). Insomma i centri che si occupano di malattie mitocondriali devono assicurare un monitoraggio costante ai pazienti e una organizzazione per la quale l'intera struttura si deve sentire a vario titolo coinvolta. 

A proposito di reti di centri specializzati, lei è coordinatore del sottogruppo della MetabErn che si occupa di malattie mitocondriali. Quali possono essere le ricadute positive della Rete Ern per la ricerca e l'assistenza a chi soffre di una malattia mitocondriale?

Certamente le possibilità di partecipare alla rete MetabERN per le malattie mitocondriali dà in generale le opportunità di superare numerose difficoltà e strettoie rappresentate dai punti accennati prima: rarità delle malattie mitocondriali, estrema eterogeneità genetica e fenotipica e quindi estrema eterogeneità della storia naturale e dei fattori implicati. La rete Ern ha l'obiettivo di sviluppare e diffondere linee guida per le cure, per i farmaci e per le procedure da adottare nel corso di emergenze e durante il ricovero in rianimazione nel corso di una crisi acuta. Quindi rinforzare una rete Europea ed internazionale già esistente può portare a dei risultati importanti. 

Come si gestisce il rapporto con le famiglie dei pazienti con malattie mitocondriali?

Il rapporto con le famiglie con pazienti affetti da malattie mitocondriali si gestisce innanzitutto con una corretta informazione su quello che è possibile fare allo stato attuale. Purtroppo considerata la estrema eterogeneità delle malattie mitocondriali troppe famiglie aspettano ancora una diagnosi definitiva e perciò lo sforzo ancora importante da parte dei centri qualificati è quello di poter dare una diagnosi definitiva ai pazienti. 

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