Sifilide (Lue) congenita: una malattia dimenticata che riemerge

Il contagio di questa malattia avviene attraverso la trasmissione sessuale. Per scoprire se è stata contratta ci si deve sottoporre a test specifici 

Può capitare che gli esami che si effettuano all'inizio della gravidanza riservino qualche sorpresa. Possiamo per esempio trovare una positività per il test VDRL, che vuol dire Venereal Disease Research Laboratory, oppure per il test TPHA, che vuol dire Treponema Pallidum Haemoagglutination Assay.
Questi due esami, che si fanno sul sangue (siero) sono utilizzati per individuare le persone che molto probabilmente, in un momento della loro vita, hanno contratto la sifilide, una malattia a trasmissione sessuale. Diciamo molto probabilmente perché si tratta di esami di screening, cioè non molto precisi, che necessitano perciò di una conferma con esami più accurati.

La sifilide è pericolosa in gravidanza perché passa al bambino attraverso la placenta, determinando conseguenze molto serie e si parla allora di sifilide congenita. Fortunatamente l'infezione è prevenibile e curabile con poche somministrazioni di penicillina, antibiotico al quale il Treponema pallidum, un germe a forma di spirale, simile a un cavatappi, responsabile della sifilide, è incredibilmente sensibile.
Con un ciclo precoce di terapia, che non provoca alcun danno al feto, sia la mamma sia il feto/neonato guariscono senza alcun esito. Per questo è tanto importante conoscere la malattia e sottoporsi in gravidanza, nei tempi dovuti, agli esami specifici.

La sifilide, anche detta Lue, è una malattia complessa, la regina delle malattie a trasmissione sessuale degli ultimi 500 anni. Solo recentemente, negli anni '80, ha ceduto il trono all'AIDS. Questa infezione, che stavamo dimenticando, è riemersa in Italia negli ultimi anni e in modo preoccupante nei paesi dell'Est Europeo. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha calcolato che circa 12 milioni di persone nel mondo sono affette dalla malattia e di queste un milione e mezzo circa sono donne in gravidanza.

La sifilide è una malattia seria, poco sintomatica all'esordio, soprattutto nelle donne e se non viene trattata evolve in modo lentissimo, arrivando alla fase terminale nell'arco di decenni. Il primo sintomo (sifilide primaria) è la formazione di un'ulcera nella sede del contagio, anche molto piccola, non dolente, che spesso non viene identificata (sifiloma primario). Il Treponema è presente sulla superficie dell'ulcera e si moltiplica rapidamente, provocando facilmente il contagio del compagno, al momento del contatto fisico.

Gli esami sierologici, Venereal Disease Research Laboratory e Treponema Pallidum Haemoagglutination Assay, in questo momento diventano positivi. Si passa dopo sei settimane, ma anche fino a sei mesi, dalla fase primaria a quella secondaria (sifilide secondaria), caratterizzata dalla presenza di Treponemi nel sangue e da una fioritura di macchie cutanee non pruriginose su tutto il corpo. Quindi si arriva alla fase latente (sifilide latente) nella quale il germe scompare dal circolo ematico, la malattia c'è, ma non si vede e gli esami sierologici sono positivi. In questa fase di latenza non c'è rischio di contagiare altre persone, tranne il bambino, se la donna inizia una gravidanza. La probabilità di contagio del bimbo in pancia è maggiore nei primi due anni della fase latente e si riduce molto negli anni successivi.
Infine, dopo anni, la malattia passa alla fase terziaria (sifilide terziaria) provocando negli infetti danni neurologici gravi. Tutto questo avviene se non si prende la Penicillina. Per fortuna la Penicillina c'è e il Treponema, che è un germe estremamente fragile, (pensate che ancora oggi non riusciamo a coltivarlo in laboratorio) non riesce proprio a digerirla.

La sifilide congenita si verifica perché il Treponema pallidum attraversa la placenta e infetta il feto provocando una setticemia (presenza dei batteri nel sangue) con disseminazione a tutti gli organi. In pratica il feto in utero inizia l'infezione con la fase secondaria della malattia. La trasmissione attraverso la placenta al feto può avvenire nel corso di tutte le fasi della sifilide secondaria e latente, iniziando dalla 9° - 10° settimana fino al termine della gestazione e aumenta progressivamente con l'epoca gestazionale.

Nei primi 4 anni dall'infezione primaria materna, la probabilità di contagio per il feto è massima e il rischio di sifilide congenita raggiunge l'80%. Successivamente il rischio per il bimbo si riduce, fino al 30-40% nello stadio di sifilide latente. Però il bambino può infettarsi anche al momento della nascita, per contatto con lesioni infettanti presenti nel canale del parto. Questa evenienza, possibile, è comunque piuttosto rara. 
I fattori che determinano l'infezione fetale nella fase latente, quando il germe nel sangue materno teoricamente non è presente, non sono molto chiari.

Non è chiaro inoltre perché alcuni bimbi infettati in utero nascono senza sintomi e poi li sviluppano nelle settimane o nei mesi successivi alla nascita. Sappiamo soltanto che la probabilità di danno al feto dipende da quanto è recente l'infezione della mamma (nei primi 4 anni è maggiore, come abbiamo detto), dallo stadio dello sviluppo del feto quando prende l'infezione dalla mamma e dal tempo che passa tra l'infezione e l'inizio del trattamento antibiotico della madre.

Una mamma infetta da Sifilide in gravidanza, se attentamente trattata, quasi certamente avrà un neonato perfettamente sano e la vicenda sarà solo un ricordo lontano. La terapia della Sifilide è semplice, poco costosa, non provoca danni al bambino ed è veramente molto efficace.
Però se non viene iniziata tempestivamente, al momento di una diagnosi certa, le conseguenze per il bambino possono essere molto serie. Infatti, quasi la metà dei feti infettati in utero nei primi mesi di gestazione (40%) vengono abortiti, altri possono nascere prematuramente e con gravi malattie come l'idrope feto-neonatale (il bambino nasce tutto gonfio per la presenza di liquidi nei tessuti e nell'addome), oppure con una infezione generalizzata, che può costituire un serio pericolo per la vita o per la salute futura del bimbo. Alcuni neonati possono sembrare perfettamente sani al momento della nascita e sviluppare dei sintomi tardivamente, fino a tre – quattro mesi di vita.

Di fronte a dei test sierologici positivi per sifilide la prima cosa da fare è consultare il proprio ginecologo, per effettuare una diagnosi di certezza dell'infezione e cercare di capire da quanto tempo si è positivi. Il ginecologo prescriverà dei test più accurati di quelli iniziali e se essi daranno la conferma dell'infezione inizierà il ciclo di terapia con Penicillina. 
Al momento del parto bisognerà avvertire il neonatologo del centro nascita del problema. Sarà opportuno effettuare al neonato gli stessi esami che ha fatto la mamma. La necessità della terapia della sifilide congenita nel neonato va stabilita infatti in relazione alla presenza di sintomi clinici e di laboratorio alla nascita, all'epoca gestazionale nella quale la madre ha contratto l'infezione e all'avvenuto trattamento antibiotico della mamma. Se la mamma è stata correttamente curata il bambino non avrà alcun sintomo clinico e non necessiterà di alcuna terapia.
I suoi anticorpi immunoglobuline G (IgG), specifici per sifilide, saranno positivi, perché sono quelli della mamma trasmessi attraverso la placenta, ma spariranno in circa sei-otto mesi. Se la madre non è stata curata con la Penicillina è possibile che il neonato debba essere trattato con Penicillina per via endovenosa per dieci giorni.

È prudente che i neonati di donne che hanno contratto la Sifilide in gravidanza, se non ci sono sintomi di infezione acuta, vengano seguiti dopo la dimissione dall'Ospedale presso ambulatori specializzati.

 

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  • A cura di: Cinzia Auriti
    Unità Operativa di Terapia Intensiva Neonatale
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Ultimo Aggiornamento: 30 dicembre 2020


 
 

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