Il ruolo della famiglia nel percorso di cura del bambino prematuro

Il supporto della presenza dei genitori nell'assistenza ai piccoli pazienti. Ce ne parla Anna Portanova, la coordinatrice infermieristica del Dipartimento di Neonatologia
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26 novembre 2018

La presenza dei familiari nel percorso di cura del bambino; come si posiziona l'Italia rispetto a questo tema?

La presenza della famiglia come parte integrante del processo di cura del paziente è molto importante, soprattutto nelle terapie intensive, con un'attenzione particolare a quelle pediatriche e neonatali. In Italia ci sono ampi margini di miglioramento, sui quali si sta lavorando, a differenza di quanto avviene nei paesi del nord Europa, dove la tendenza è di favorire la presenza continuativa nella quasi totalità delle strutture ospedaliere. In Svezia, solo per darvi qualche numero di riferimento, il 70% delle terapie intensive apre le porte alle famiglie in maniera pressoché ininterrotta, o comunque non vincolata da orari di sorta.
Quando assistiamo un bambino, non dobbiamo considerarlo solo, ma nel contesto familiare nel quale è inserito. 

Perché, nelle terapie intensive neonatali, è importante il contatto fisico della mamma e del papà con i piccoli nati pretermine?

I neonati prematuri sono pazienti complessi, e quindi si potrebbe correre il rischio di privilegiare l'approccio tecnico e di concentrarsi molto sull'assistenza dinanica, ma meno su quella relazionale. Non bisogna dimenticare l'impatto dell'attesa genitoriale frustrata, nel caso di un bambino ricoverato in terapia intensiva neonatale. I genitori di questi bambini si trovano improvvisamente in un ospedale, senza poter iniziare una vita relazionale a tre che, necessariamente, il ricovero mette in attesa. Per non parlare della preoccupazione che qualcosa possa non andare nel verso giusto. Per questo motivo è importante per i bambini e per i genitori, una presenza che sia anche contatto fisico.

La "Kangaroo mother care" e le terapie del contatto. Come sono di supporto al neonato?

Il taglio improvviso del cordone ombelicale, per il bambino come per la mamma, comporta la necessità di ripristinare in maniera molto dolce la relazione intima che si è bruscamente interrotta. Questo avviene attraverso il contatto pelle-a-pelle. La mamma appoggia il proprio bambino sul suo corpo, perché il neonato prenda naturalmente familiarità con il suo odore e perché si senta confortato dal calore umano che gli trasferisce.
Questa tecnica, la "Kangaroo mother care", porta beneficio a mamma e a bambino influenzando positivamente lo sviluppo neurologico e psicologico del piccolo. Il contatto con la cute materna funziona da incubatrice; il respiro e il battito cardiaco della mamma aiutano a regolare quelli del neonato, e la vicinanza stimola l'istinto della suzione, per un'alimentazione corretta al seno materno. La maggior parte di questi nati pretermine, non dimentichiamolo, ha difficoltà ad alimentarsi correttamente.

Un altro sistema che utilizziamo in ospedale, grazie al supporto dell'associazione Cuore di Mamma, che ogni anno dona al Dipartimento di Neonatologia dei Dodò di cotone ricamati a mano, è quello legato all'unione attraverso l'olfatto. Per ottenere questo, diamo alle mamme e ai papà i pupazzi di cotone con l'indicazione di tenerli a contatto nel corso della notte. L'indomani mattina, il Dodò viene messo nell'incubatrice accanto al neonato. In questo modo il bambino sentirà il profumo della mamma e del papà, che lo aiuteranno a tranquillizzarsi e a rinforzare il legame genitoriale.

Un'ulteriore tecnica che sfrutta il contatto fisico è quella del massaggio neonatale che può essere svolto sia dal personale infermieristico che dai genitori formati al riguardo, che serve per rilassare il piccolo rimuovendo tutte le tensioni muscolari che possono poi essere fonte di dolore e di disconfort.