Epatite E

Infezione delle cellule del fegato da parte del virus E dell'epatite. Rara in Italia, è frequente nei Paesi in via di sviluppo. Va prevenuta con le corrette pratiche igieniche 

L’epatite E è un’infezione delle cellule del fegato da parte di un virus noto come HEV (dall’inglese Hepatitis E Virus). Il virus dell’epatite E è un virus a RNA. 

L’infezione da HEV è tra le cause più comuni di epatite virale a livello mondiale. È stimato che avvengano circa 20 milioni di infezioni da HEV all’anno, la maggior parte nei paesi in via di sviluppo. 
La malattia è più frequente negli adulti che nei bambini ed è più grave nelle donne incinte, tra le quali la mortalità può raggiungere il 20-25% nel terzo trimestre di gestazione. 
La forma cronica si verifica più frequentemente nei soggetti immunodepressi.  

Il virus dell’epatite E è trasmesso principalmente per via oro-fecale: i soggetti infetti eliminano il virus con le feci che possono contaminare acqua o alimenti i quali, a loro volta, diventano veicolo dell’infezione. 
Nei paesi industrializzati, in particolare in Italia, l’epatite E è rara mentre è di solito frequente nei paesi più poveri per via delle condizioni igieniche precarie.
Altre modalità di trasmissione sono attraverso:

  • Trasfusioni di sangue e di suoi derivati;
  • Consumo di carne cruda o poco cotta di animali infetti;
  • Passaggio del virus dalla madre al feto durante la gravidanza che può portare ad un numero non trascurabile di aborti e di morti in età perinatale.  

Il periodo di incubazione (tempo che intercorre fra l’ingresso del virus nell’organismo e il manifestarsi della malattia) è di 2-6 settimane. 
La maggior parte dei pazienti con epatite non ha sintomi o ne ha ben pochi. 
I sintomi più comuni comprendono

  • Ittero (colorito giallo della cute e delle sclere);
  • Riduzione dell’appetito;
  • Mlessere;
  • Febbre;
  • Dolori addominali;
  • Dolori articolari. 

In rari casi l’epatite E acuta si presenta in forma grave e porta a insufficienza epatica acuta.
Nelle fasi acute della malattia gli esami del sangue mostrano un danno del fegato che si manifesta con l’aumento della bilirubina e delle transaminasi (AST e ALT).

La diagnosi di epatite E viene confermata dimostrando la presenza del materiale genetico del virus (RNA virale) in campioni di sangue o di feci. Poiché il virus circola nel corpo per un periodo di tempo relativamente breve, il mancato riscontro dell’HEV nel sangue o nelle feci non esclude la possibilità che la persona sia infettata dal virus.
È inoltre possibile ricercare marcatori indiretti dell’infezione: gli anticorpi prodotti dall’organismo per contrastarlo (anticorpi anti-HEV IgG e IgM).

La cura dei bambini con epatite E è una terapia sintomatica. Non esiste infatti un trattamento specifico contro il virus dell’epatite E. 
Studi sull’uso di farmaci antivirali come la ribavirina, con o senza interferone-alfa, sono attualmente in corso.

La prevenzione è la misura più efficace contro questa malattia. Il rischio di infezione, infatti, può essere ridotto attraverso il rispetto delle corrette pratiche igieniche come:

  • Lavarsi le mani con acqua e sapone (soprattutto prima di maneggiare il cibo);
  • Evitare di consumare acqua o ghiaccio la cui provenienza non è nota;
  • Cottura di carne e pesce (in particolare dei molluschi).

Al momento non è disponibile alcun vaccino contro l’epatite E nei Paesi occidentali. Un vaccino ricombinante è stato approvato per l’uso in Cina nel 2012.


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  • A cura di: Sara Chiurchiù
    Unità Operativa di Malattie Infettive e Immunoinfettivologia
  • in collaborazione con:

Ultimo Aggiornamento: 18 ottobre 2021


 
 

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